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domenica 25 dicembre 2011

Buon Natale.

Anche quest'anno ci siamo arrivati: è Natale.

Che quest'anno ci sia poco da festeggiare lo sappiamo tutti e tutti abbiamo ben più di un motivo per rampognare con una disposizione d'animo tutt'altro che natalizia, ma per qualcuno questo Natale è sommamente più duro.
Questo qualcuno è una persona - e con lui la sua famiglia - che conosco molto bene, sono miei carissimi amici.

I problemi che stanno affrontando con estrema difficoltà sono molto seri e di non facile soluzione; ciò ha tolto anche a me la serenità e la capacità di sorridere, in questi giorni... e se non è un buon Natale per me, per loro è mille volte peggiore.

Guardiamo comunque avanti, cercando conforto nel detto secondo il quale il momento più buio della notte è quello più vicino all'alba del nuovo giorno.

Nonostante tutto, buon Natale.


lunedì 19 dicembre 2011

"L'animo mio, per disdegnoso gusto, credendo col morir fuggir disdegno, ingiusto fece me contra me giusto."

«Canto XIII, ove tratta de l'esenzia del secondo girone ch'è nel settimo circulo, dove punisce coloro ch'ebbero contra sé medesimi violenta mano, ovvero non uccidendo sé ma guastando i loro beni.»

Nel Secondo Girone Dante colloca i violenti contro sé stessi: i suicidi e gli scialacquatori.

I primi non hanno forma umana ma per contrappasso sono diventati arbusti spogli e velenosi: avendo rifiutato la vita uccidendosi, sono stati privati del loro corpo col quale non potranno ricongiungersi nemmeno dopo il Giudizio Universale. Nella foresta dei suicidi nidificano le Arpie, che si nutrono delle foglie degli arbusti e infliggono ulteriore dolore ai dannati.
Per i secondi, avendo essi distrutto i loro averi, il contrappasso è essere distrutti da una muta di cagne nere che li inseguono attraverso la foresta dei suicidi e li sbranano.

Parlare del suicidio e di chi si toglie la vita è piuttosto difficile.
Se una persona arriva a questo gesto estremo è perchè non vede nessuna via di uscita da una situazione esistenziale insopportabilmente dolorosa e vissuta in una solitudine assoluta, perchè ci si può sentire terribilmente e irrimediabilmente soli anche se si ha una famiglia e si è circondati da colleghi e conoscenti.
Mi guardo bene dall'esprimere giudizi su chi rinuncia a vivere, un po' perchè nessuno può sapere quale angoscia inimmaginabile provi chi arriva a gesti definitivi e un po' perchè, avendo dovuto in passato affrontare il suicidio di una persona a me molto cara, non potrei avere il distacco necessario per farlo.

A volte il rifiuto di continuare a vivere rinunciando volontariamente alla vita è in realtà il rifiuto di continuare a soffrire o il rifiuto di arrivare a condizioni di vita che si giudicano inaccettabili; quello del cosiddetto "testamento biologico" e di cosa (o se) si debba permettere alle persone di decidere in merito alla fine della propria vita è un tema da qualche tempo assai dibattuto.

Per la Chiesa, naturalmente, l'autodeterminazione non è ammissibile e fino a tempi abbastanza recenti ha scomunicato i suicidi e ne ha proibita la sepoltura in terra consacrata.
Io, da agnostico, qualche domanda me la pongo: se è eticamente inaccettabile decidere deliberatamente di togliersi la propria vita perchè solo Dio ne può disporre, è eticamente accettabile usare con pervicacia ogni mezzo per prolungare il più possibile una vita, non propria ma di altri, che in condizioni "normali" Dio farebbe finire molto prima?
Se si sostituisce a Dio chi decide di porre fine alla propria vita, non si sostituisce a Dio anche chi con l'accanimento terapeutico si arroga il diritto di tenere artificialmente accesa la vita altrui senza che il proprietario della vita medesima abbia voce in capitolo?

Io identifico me stesso non già col mio corpo, ma piuttosto con il mio intelletto, con la mia mente, con i miei pensieri, con le mie emozioni, con la mia capacità di comunicare con gli altri e d'interagire col mondo, con i miei sentimenti.
Se un giorno dovessi trovarmi in stato di morte cerebrale di me rimarrebbe soltanto il corpo, l'involucro, ma non vi sarebbero più pensieri, sentimenti, emozioni, interazione: in quelle condizioni la mia non sarebbe più vita come la conosco e come la desidero, quindi non vorrei essere costretto a subirla.
Se potessi scegliere, arrivato a quel punto vorrei essere lasciato nelle mani di Dio, ma nel senso vero e letterale del termine: niente mantici a soffiarmi aria nei polmoni, niente pompe meccaniche a sostituire il mio cuore, niente tubi a riempire forzatamente il mio stomaco e a svuotare la mia vescica e il mio intestino, oltre che me stesso della mia dignità, ma decida Dio se è il caso che io rimanga in questo mondo o se debba passare a quello dei più.


domenica 11 dicembre 2011

Le radici dell'odio.

Ne avevo parlato giusto un mese fa nel post in cui proponevo il Canto XII dell'Inferno (link): se a commettere un crimine è un connazionale, noi italiani tendiamo a essere assai apologetici e ci sono sempre una famiglia, una cerchia di amicizie - se non addirittura un paese intero - pronte a giurare che il reo è una bravissima persona che non ha mai fatto male a una mosca, che come un capro espiatorio deve pagare anche (o soprattutto) le colpe di altri e che non merita la disumana gogna mediatica a cui viene sottoposto, con l'inevitabile contorno d'insulti e minacce ai giornalisti che di sicuro sono a volte criticabili per come svolgono il loro compito d'informare, ma che comunque tale compito devono pur svolgerlo e devono dar conto dei fatti.
Quando invece a commettere il medesimo crimine è uno straniero, allora alcuni fra noi abbassano la serranda della ragione, mandano il cervello in vacanza e si abbandonano agl'istinti più belluini: a costoro non basta la condanna del reo, ammesso che tale sia, ma la fanno pagare anche a tutta la sua comunità.

Non si è mai sentito, dicevo in quel post, che quando a commettere un crimine odioso è un italiano la gente brandisca mazze e torce e vada a distruggere e poi a dare alle fiamme tutto il condominio o tutto l'isolato in cui abita il criminale. 
Succede assai spesso, invece, che se a commettere un crimine è uno straniero parta la spedizione punitiva, spedizione che non necessariamente punirà il vero colpevole, ma in una sorta di ottusa sineddoche razzista e violenta si colpisce la sua comunità (o una comunità affine, tanto per le squadracce quelli che loro chiamano con disprezzo "gli extra" sono tutti uguali) per colpire il singolo.
A volte non è nemmeno necessario che un crimine e un reo ci siano davvero: basta il sospetto, basta che si sparga la voce e il branco di qualche centinaio di minus habentes pronti a trasformarsi in giustizieri si raccoglie immediatamente in piazza e parte la caccia allo straniero.

È successo anche ieri, a Torino: un'incosciente di 16 anni racconta di essere stata stuprata da due stranieri e nel volgere di poche ore la squadraccia di razzisti violenti organizza la fiaccolata di protesta contro lo straniero invasore e violentatore, assalta un campo di nomadi, distrugge baracche e roulottes e infine appicca il fuoco purificatore alle macerie.
Dopo poco si saprà che quella sciocca ragazzina si era inventata tutto e che non v'è stato alcuno stupro da parte di stranieri, però nel frattempo quel campo nomadi era già stato devastato e bruciato.
Quella sconsiderata aveva semplicemente avuto un rapporto sessuale consenziente con il suo italianissimo fidanzatino, ma siccome a quel punto la sua verginità non c'era più doveva trovare il modo di giustificare la sua perdita alla famiglia e alla società. 
Quale modo migliore dell'incolpare un paio di stranieri, con il fratello che le dava man forte nell'aizzare la folla e indurla al linciaggio?

Ma perchè queste cose non succedono mai quando i responsabili sono italiani?
Perchè se a Montalto di Castro (link) tre ragazzi italiani violentano una quindicenne c'è tutto il paese a difendere gli stupratori, a dare addosso alla vittima e nessuno si sogna di abbattere e dar fuoco alle macerie delle case di quei tre delinquenti e/o a quelle dei loro vicini?
Sia chiaro, io non auspico linciaggi e spedizioni punitive verso nessuno: mi domando soltanto come mai ciò accade solo quando a essere colpevoli - ma anche solo sospettati - sono degli stranieri.

Mi viene quasi da pensare che questi "vendicatori" in realtà non vendichino il crimine ma piuttosto lo "sconfinamento": considerano le femmine italiane degli oggetti di loro proprietà, quindi se vengono stuprate da uno o più italiani sono delle poco di buono che se la vanno a cercare e magari quel che gli capita alla fine gli piace pure, ma se a farlo sono (o si crede che siano stati) degli stranieri allora le femmine ridiventano donne e diventano delle povere vittime, bisogna lavare l'onta col sangue e punire lo sgarbo con devastazione e fuoco.

La violenza cieca e il razzismo sono scarsamente compatibili con l'intelligenza: difficilmente quest'ultima caratterizza chi pratica la prima e il secondo.
Ora quella scriteriata è stata denunciata per simulazione di reato, ma essendo minore e incensurata dal punto di vista legale rischia davvero poco.

Spero soltanto - e le àuguro - che non debba mai in vita sua trovarsi veramente al cospetto di uno o più violentatori: lo stupro è un orrore di un'enormità tale che solo chi lo ha subìto può comprendere e una donna non dovrebbe mai evocarlo nemmeno per ischerzo.
Sicuramente non dovrebbe inventarsi uno stupro solo per giustificare il suo primo rapporto sessuale... né per aizzare una manica di violenti a un linciaggio ingiustificato e mai giustificabile.

Le radici dell'odio sono salde, estese e profonde: basta un nonnulla per scatenare l'ordinaria follia di chi ragiona con le mani, le mazze e le molotov anzichè col cervello; basta un nonnulla per provocare scontri fra etnìe come si sono visti di recente in Francia, prima ancora negli Stati Uniti e ovunque nel mondo ci sia qualcuno che si crede superiore agli altri per il solo fatto di essere nato in un determinato luogo.

Segnalo due presentazioni e un articolo molto interessanti che dimostrano quanto il razzismo altro non sia se non l'ottusa presunzione di qualcuno che si crede migliore di altri:
Professoressa Anna Maria Rossi - Le presunte basi biologiche del razzismo - Parte 1.
Professoressa Anna Maria Rossi - Le presunte basi biologiche del razzismo - Parte 2.
I Gruppi Sanguigni e la Storia dei Popoli

domenica 4 dicembre 2011

Georges de la Tour.

La pittura è, insieme alla musica, non solo una forma di arte ma anche un modo per comunicare in maniera non mediata dalla parola. Sia una musica che un'opera pittorica arrivano direttamente al nostro inconscio e alla nostra parte emozionale: sfido chiunque ad affermare di non aver mai provato in vita sua un brivido davanti a un'immagine o ascoltando una musica particolarmente belle.
E' vero che la storia della pittura annovera schiere di emeriti imbratta-tele, di personaggi forse troppo avanti rispetto all'epoca nella quale sono vissuti e dunque incompresi dai più [parlo per me e non oso mettere in dubbio la sua arte, ma non ho ancora deciso se Lucio Fontana, nel creare il suo "Concetto Spaziale, Attese" (link), sia stato più creativo o più sfrontato, per non parlare di Piero Manzoni e della sua... lasciamo perdere (link)], ma ci sono anche artisti d'indubbio valore che hanno davvero arricchito la pittura.

Uno di questi è Georges de la Tour (link), pittore francese del '600 le cui opere ci danno conto della sua straordinaria abilità nel dipingere la luce, dote che lo accomuna a Caravaggio.
I chiaroscuri, il soggetto in piena luce e tutto il resto nella penombra, il realismo quasi fotografico delle figure danno ai suoi una forza che non lascia indifferente l'osservatore.

Dal 26 novembre al prossimo 8 gennaio due fra i suoi quadri più straordinari saranno in mostra a Milano, a Palazzo Marino.
Si tratta della bellissima "Adorazione dei Pastori" e del "San Giuseppe Falegname". Chi abita a Milano - o chi vi si reca - non dovrebbe perdere quest'occasione per vedere due delle più belle opere del barocco francese.
L'ingresso è gratuito.

"Adorazione dei Pastori"




"San Giuseppe Falegname"



lunedì 21 novembre 2011

Italiani brava gente...

Se c'è una cosa che sopporto poco e male è la retorica onfalocentrica, autoincensatoria e autoassolutoria che si riassume con la locuzione "Italiani, brava gente".
Questo luogo comune fa regolarmente capolino nei discorsi dei più prevenuti fra gl'italiani (sempre che tali si sentano... perchè molti di loro affermano di appartenere a una fantomatica nazione che ha sulla bandiera lo stesso disegno delle tigelle e della quale fino a 25 anni fa nessuno sapeva nulla, nemmeno che esistesse) quando parlano degli stranieri in Italia e tirano fuori la litania degl'italiani emigrati all'estero i quali - al contrario di quanto fanno gl'immigrati in Italia che secondo loro tendono a essere tutti delinquenti - sono tutti gran lavoratori, onesti, rispettati e benvoluti dai popoli che li ospitano.
Come se negli ultimi 150 anni non avessimo "esportato" in tutto il mondo, oltre a milioni di uomini e donne desiderosi di rifarsi una vita onesta lontano dal patrio suolo, anche un elevatissimo numero di delinquenti, mafiosi, faccendieri, assassini, terroristi e altre belle personcine di questa fatta.

Sarà, ma dalla mia personale esperienza all'estero non posso dire che noi italiani si abbia quella gran reputazione... semmai è vero il contrario: tempo addietro, a Londra, mentre mi trovavo in un negozio insieme a un amico sentii distintamente uno dei commessi (che ci aveva "identificati" per averci sentito parlare italiano, ancorchè sottovoce) sibilare a un suo collega: "Mind those guys, they're italians" cioè "Fai attenzione a quei due, sono italiani".
Quella frase mi colpì come una staffilata e fu per me altrettanto dolorosa, eppure è questa l'idea che all'estero hanno di noi: un popolo chiassoso, insofferente alle regole, che ha bisogno di almeno un metro di spazio tutt'intorno per poter gesticolare liberamente e tendenzialmente disonesto, dunque da tenere d'occhio quando entra in un negozio perchè - si sa - l'occasione fa l'uomo ladro e gl'italiani le occasioni le trovano anche dove non ci sono.

Chiunque abbia passato un po' di tempo all'estero - per lavoro o per vacanze - questo pregiudizio antitaliano lo ha quasi sicuramente vissuto sulla propria pelle; si spera dunque che non commetta lo stesso errore facendo di ogni erba un fascio e trattando tutti gli stranieri in Italia col medesimo pregiudizio, senza distinguere il grano dal loglio.
Chi invece non ha mai messo il naso fuori dalla sua città - al massimo dalla sua regione o da quelle confinanti - è sinceramente convinto che noi siamo i migliori e che il mondo intero sia lì ad aspettare la venuta di un italiano da venerare e a cui ispirarsi.

Per questi ultimi ho trovato su Youtube due filmati di animazione di Bruno Bozzetto che con molta ironia mettono in evidenza i principali difetti di noi italiani, quelli per cui all'estero ci facciamo riconoscere senza possibilità di errore e che in nazioni con maggior senso civico (o semplicemente con più educazione) proprio non ci perdonano.
Un terzo filmato mette alla berlina alcune nostre pessime abitudini e altri atteggiamenti di cui spesso nemmeno ci rendiamo conto.
Facciamoci quattro risate guardandoli, ma soprattutto facciamoci un bell'esame di coscienza: siamo davvero sicuri di essere i migliori? Possibile che tutti gli altri popoli siano feccia?

Quanti atteggiamenti e quante azioni fra quelle evidenziate nei filmati che seguono ci appartengono - magari inconsciamente - e di quando in quando riaffiorano senza che ce ne rendiamo conto?
Non sarebbe il caso di fare il possibile per evitarli e diventare dei cittadini (del mondo) migliori?









domenica 13 novembre 2011

Questione di prospettiva.


Un giovane novizio chiese udienza al frate priore e gli domandò: «Padre, mi è permesso fumare mentre prego?»
Il priore si scandalizzò davanti a tanta irriverente sfacciataggine e il novizio fu severamente redarguito.

Dopo qualche tempo un altro novizio chiese udienza al priore e gli domandò: «Padre, mi è permesso pregare mentre fumo?»
Il priore si compiacque davanti a una fede tanto forte da suscitare in ogni momento il desiderio di onorare il Signore e il novizio fu molto lodato.

Come spesso accade, le azioni che compiamo vengono giudicare in modo diametralmente opposto a seconda del modo in cui le proponiamo al prossimo. Se si viene criticati, il più delle volte non è per l'intransigenza e/o il pregiudizio di chi ci guarda e giudica, ma semplicemente accade perchè noi non riusciamo a comunicare nel modo giusto.

In fondo basta davvero poco per indurre il prossimo a ribaltare il giudizio su di noi... e da quale parte - in bene o in male - dipende solo da noi e dalla nostra abilità di comunicatori.

lunedì 7 novembre 2011

"Oh cieca cupidigia e ira folle, che sì ci sproni ne la vita corta, e ne l'etterna poi sì mal c'immolle!"

«Canto XII, ove tratta del discendimento nel settimo cerchio d'inferno, e de le pene di quelli che fecero forza in persona de' tiranni, e qui tratta di Minotauro e del fiume del sangue, e come per uno centauro furono scorti e guidati sicuri oltre il fiume.»

Nel Primo Girone del Settimo Cerchio Dante colloca i violenti contro il prossimo. 
Il primo personaggio che incontrano è il Minotauro, che Dante curiosamente descrive come un toro con la testa umana e non com'è comunemente conosciuto, ovvero un umano con la testa di toro. Le sette coppie di giovani che pretendeva ogni anno per divorarle gli sono valse questa collocazione.

Ci vengono poi presentati tre Centauri e sarà uno di loro a trasportare Dante e Virgilio da una riva all'altra del fiume Flegetonte, nel quale non scorre acqua ma sangue bollente.
È questo il contrappasso riservato alle anime di coloro che in vita si macchiarono col sangue delle loro vittime: cuocere in eterno nel sangue bollente. Immersi nel Flegetonte troviamo, fra gli altri personaggi che non si fecero scrupolo alcuno a sterminare tanti innocenti, Dioniso il Vecchio e Attila.
E dai tempi di Dante a oggi, infiniti altri nomi potrebbero essere aggiunti alla lista dei condannati al Settimo Cerchio.

Penso non solo ai tristemente noti tiranni sanguinari di cui parlano i libri di storia, ma anche - ricordando un recente intervento - a chi uccide degl'innocenti non in quanto delinquente ma in veste di uomo di legge: un giudice che nonostante i ragionevoli dubbi sollevati in un processo condanna ugualmente a morte un imputato solo perchè il popolo che lo ha eletto a quell'ufficio pretende a tutti i costi un colpevole, non potrà che finire nel Flegetonte.

Così come ci finiranno i criminali che ammazzano di botte dei vecchi solo per rapinarli della loro misera pensione... o chi, sotto l'effetto di alcool e/o droghe, ammazza volontariamente qualcuno durante un alterco o causando incidenti stradali dalle conseguenze mortali per qualche innocente ma quasi mai per chi questi incidenti li provoca.
Per questa gentaglia un po' di sofferenza anche in questa vita, oltre che in quella eterna, sarebbe nel sentire comune alquanto più vicina al concetto di giustizia rispetto al farla stare in ozio per qualche anno nella cella di un carcere.
Spesso tuttavia non si arriva nemmeno a quello, perchè chi uccide sulle strade sotto effetto di alcool o droghe se la cava con solo alcuni mesi di sospensione della patente... e se è zingaro con la pena accessoria che consiste nella spedizione punitiva da parte dei cittadini inferociti che vanno a distruggere e incendiare il campo in cui abita, colpendo tutta la comunità per punire uno solo dei suoi membri.
Se invece l'assassino drogato e/o ubriaco al volante è un italiano, soprattutto se ha anche una bella e costosa macchina, nessuno sentirà il bisogno di distruggere la casa a lui e ai suoi vicini abbattendo un intero isolato (come capita agli zingari) e con un buon avvocato la passerà sostanzialmente liscia... in attesa di essere immerso nel Flegetonte.


lunedì 31 ottobre 2011

Misoginia.

Ma che hanno fatto le donne ai "creativi" della pubblicità?
O meglio: perchè i creativi della pubblicità ce l'hanno così tanto e in modo così viscerale con il genere femminile?
Deve per forza trattarsi di maschi, mi rifiuto di pensare che tali creativi possano essere donne perchè nessuna donna rappresenterebbe mai sè stessa nei modi dei quali mi accingo a scrivere.

L'immagine della donna che esce dalle pubblicità è tremenda... e ciò rende - se possibile - ancor più incomprensibile l'accondiscendenza femminile verso la pubblicità, perchè è proprio alle donne che si rivolgono le peggiori pubblicità che vedo in televisione.

All'inizio fu Tino Scotti. 
Chi ha più di 40 anni ricorderà la sua famosissima pubblicità per il Confetto Falqui in un'epoca in cui, sia nella vita quotidiana che soprattutto in televisione, anche solo nominare qualcosa che avesse a che fare con funzioni fisiologiche era proibito, era tabù. 
Prima del 1970, ma anche poco dopo, nessuna persona per bene ed educata avrebbe potuto entrare in una farmacia e chiedere un purgante senza arrossire e senza sentirsi terribilmente a disagio, quindi buona parte del successo commerciale del Confetto Falqui è da ascrivere all'azzeccatissimo slogan che lo pubblicizzava: "Falqui, basta la parola!" e così non era necessario dover spiegare al farmacista di che disturbo si soffrisse e di cosa si avesse bisogno.

Che io ricordi, Tino Scotti è stato il primo e unico uomo stitico della pubblicità; al massimo con lui c'erano i bambini buoni, ai quali in quanto tali si propinava un altro purgante... e Dio solo sa cosa mai passasse in capo a quelle madri che per premiare i bambini che si comportavano bene li purgavano, in ciò sobillate da quello slogan tanto surreale quanto sadico: "Ai bambini buoni, la dolce Euchessina".
Quando ero bambino io (e grazie al cielo ero un po' discolo, il chè unito al fatto che mia madre era poco ricettiva alle pubblicità idiote e aveva il buon senso di non darmi farmaci dei quali non avevo bisogno, mi ha salvato da inutili purghe...) circolava una specie di battuta:
- "Ai bambini buoni, la dolce Euchessina"
- "E a quelli cattivi?"
- "Che spingano!"
Dopo Tino Scotti, il monopolio della costipazione intestinale perenne e continua è sempre stato appannaggio del genere femminile e se ci si fosse limitati a quello per le donne la situazione sarebbe anche stata accettabile.
Invece col passare degli anni la misoginia dei creativi della pubblicità ha raggiunto vette impensabili e temo che in futuro andrà anche peggio, se non si farà qualcosa.

Se si fa caso alle pubblicità di oggi e si ricordano quelle degli ultimi 30 anni circa, ci si accorgerà che le cose più innominabili, le situazioni più disgustose e le rappresentazioni più stupide vedono sempre e solo le donne come protagoniste, il chè equivale a dire che siccome la pubblicità punta all'identificazione del possibile acquirente con il testimonial, le destinatarie dei prodotti in oggetto dovrebbero in teoria identificarsi con le attrici che li promuovono e, in ultima analisi, essere come loro: svampite, sciocchine e portatrici "poco sane" dei più innominabili disturbi e/o problemi (non solo fisici ma, si direbbe, anche intellettivi).
Giusto per citare alcune pubblicità, oltre che essere le uniche sempre costipate, sono solo donne ad avere perdite di urina che le fanno vergognare per il cattivo odore se si trovano in ascensore con un uomo, sono solo donne ad avere protesi dentali instabili, solo le donne hanno pruriti intimi e non ne fanno mistero parlandone immediatamente con madri, amiche e colleghe, al punto che queste pur di zittirle mettono loro in mano lo spray giusto mentre una scritta in sovrimpressione avverte che il prodotto è per uso topico ed esterno, dal momento che lo spray in questione ha quasi lo stesso nome di un colluttorio e non si sa mai che qualcuna assuma per bocca l'antiprurito vulvare.

Un tempo le donne avevano bisogno dell'assorbente per pochi giorni al mese. Adesso invece ne hanno bisogno tutti i giorni: l'assorbente nei giorni canonici e il salvaslip per le piccole perdite durante il resto del mese. Tempo fa ce n'era uno ideale per le ragazze che dovevano fare un provino cinematografico e avevano necessità di fare la ruota indossando, chissà perchè, un paio di pantaloni candidi proprio durante il ciclo. 
Da un paio di giorni passa una pubblicità in cui una professionista grida tutta eccitata alla sua collega d'ufficio "Vado a cambiarmi lo slip!" come se fosse una cosa di cui andar sommamente fiera e dunque da sbandierare ai quattro venti, poi magnifica le virtù dell'ultimo assorbente da cambiare anche più volte al giorno, come se al posto di un normale ed efficente apparato urinario le donne avessero delle inarrestabili cateratte da contenere - sembra inutilmente a giudicare dalla pletora di salvaslip in vendita - con ogni mezzo.
Sono sempre donne ad aver bisogno di bere come cammelli bicchierate su bicchierate di acque oligominerali per stimolare la diuresi, fare tanta "plin plin", depurarsi e buttar fuori chissà quali tossine e scorie immonde; per la verità c'è anche un uomo che pubblicizza un'acqua minerale, ma da quanto si evince dalla pubblicità gli uomini non hanno scorie e tossine di cui liberarsi: a Del Piero - dunque per estensione agli uomini - l'acqua oligominerale è necessaria solo per poter digerire bene...

Che dire poi di quella pubblicità nella quale si vedevano alcune ragazze intente a brucare voluttuosamente l'erba di un prato solo perchè il cameriere sbadato ci aveva rovesciato sopra un aceto balsamico, peraltro industriale?
E di quella in cui la signora verniciava con movenze seducenti una ringhiera insieme alla cameriera Giovanna, a sua volta vestita come le servette dei film pecorecci degli anni '70, sotto lo sguardo soddisfatto del marito che commentava con voce sorniona "Brava Giovanna, brava..."?
E di quella signora arcigna che telefona annunciando il suo imminente arrivo e gettando nel panico il marito separato e le due giovani figlie, i quali si precipitano a pulire il bagno col disincrostante perchè la prima cosa che la signora farà arrivando in quella casa sarà correre immediatamente a passare il dito nel lavabo per assicurarsi che sia pulito a dovere?
Non parlerò per carità di patria delle condizioni in cui permettono che si riducano le loro case quelle donne che appaiono nelle pubblicità dei detersivi per pavimenti: nemmeno in una fonderia del diciannovesimo secolo alimentata a carbone il pavimento era nero e sporco come in quegli appartamenti; certi prodotti non li compro proprio perchè mi urta pensare che chi li produce mi consideri un sozzone di quella fatta.

C'è poi lo strano rapporto fra le donne e il cibo. 
Per pubblicizzare uno yoghurt lo slogan le invita a farci l'amore. In compenso se devono preparare qualcosa da mangiare per i figli di sicuro sarà qualcosa di fritto (Giravolte, Croccarelle, Sofficini, bastoncini di pesce o di pollo e simili), un formaggio da cucinare alla piastra o delle fettine che una bambina dal marcato accento brianzolo metterebbe perfino sul gelato, o passano direttamente a tortine e dolciumi. Pare che in Italia un bambino su quattro sia obeso e un altro su quattro sia sovrappeso; se la metà dei bambini italiani ha problemi metabolici sappiamo il perchè.
Un tempo c'era il dado da brodo: era piccolo, leggero, economico e funzionale. Adesso il dado non va più bene: il brodo di dado lo deve fare direttamente il produttore, deve metterlo in un brick da mezzo litro e raccontare che è buono come il brodo di manzo e cappone fatto in casa, così oltre al dado riuscirà a vendere alla massaia con poco tempo per cucinare - ma in compenso molto suggestionabile e poco attenta all'ecologia oltre che al borsellino - anche mezzo litro d'acqua, almeno 50 volte tanto di imballaggio e farsi pagare il tutto molto di più di un astuccio da 10 o 20 dadi.

Potrei continuare a lungo con gli esempi, ma mi fermo qui. Ciò che voglio sottolineare è lo scarso rispetto che i pubblicitari dimostrano per le donne e la pessima immagine che ne danno.
Mi dissocio da tutto questo: mi offende come uomo che contrariamente ai pubblicitari rispetta le donne, ne riconosce i meriti senza percepirli come una minaccia a un inesistente primato maschile e ha di loro un'opinione assai più alta.

Il solo modo per far cessare queste vergognose pubblicità è depotenziarle, renderle inutili: se la pubblicità è stupida, se squalifica il ruolo e la figura delle donne, se le tratta come delle minus habentes, basta non comprare i prodotti così reclamizzati.
Il solo modo per far cambiare registro alle aziende che commissionano siparietti così degradanti per le donne è colpirle nel fatturato: se perdono terreno rispetto alla concorrenza qualche domanda se la faranno immediatamente e agiranno di conseguenza.

Che la facciano da sole o insieme a un uomo, la spesa è un'incombenza che per mille ragioni ancora tocca prevalentemente alle donne, quindi sono proprio loro ad avere il potere di cambiare le cose.
Anzichè prestare attenzione a cose che pure sono importanti, come i cosmetici non testati su animali o i prodotti etici, ma che sono senz'altro secondarie alla mancanza di rispetto e all'insulto della loro dignità che è evidente in tante, troppe campagne pubblicitarie, sarebbe più opportuno che l'altra metà del cielo smettesse di comprare i prodotti reclamizzati in maniera degradante per le donne.

Signore, quando fate la spesa voi potete decidere di premiare chi vi rispetta e mandare in rovina chi vi considera delle poverette: il potere è nelle vostre mani, adesso tocca a voi esercitarlo. 
Io, nel mio piccolo, in questo vi sto già aiutando.

domenica 23 ottobre 2011

Ed è subito sera...



« Ognuno sta solo sul cuor della terra

trafitto da un raggio di sole:

ed è subito sera... »



© Ta7za 



Marco Simoncelli
20 gennaio 1987 ~ 23 ottobre 2011


lunedì 17 ottobre 2011

"Bus", ovvero "Esercizi di Stile".

Quante volte ci sarà capitato di trovarci in compagnia di qualche conoscente che si sia messo a raccontarci i piccoli, insignificanti episodi accadutigli durante la giornata? Tante, immagino: succede a tutti.

Io di carattere sono più ascoltatore che ciarliero e a volte invidio un po' chi ha sempre qualcosa da raccontare: sarà perchè le cose che quotidianamente succedono a me non mi sembrano quasi mai così interessanti per il prossimo da mettermi a raccontargliele, sarà perchè la penso come l'abate Joseph Antoine Dinouart, ecclesiastico francese del 18° secolo che nel suo libro "L'Arte Di Tacere" (link) consigliava di parlare soltanto quando ciò che si ha da dire vale più del silenzio, ma a volte la mia scarsa attitudine a riempire il silenzio che ogni tanto cala fra me e le persone con cui mi trovo mi mette a disagio.

Immaginiamo dunque di essere al cospetto di un conoscente a cui non faccia difetto la facondia e che costui ci racconti di essersi trovato su un autobus verso mezzogiorno, di aver notato un giovane vestito in modo stravagante litigare con chi gli stava vicino accusandolo di spingerlo ogni volta che qualcuno passava loro accanto, di averlo visto sedersi nel primo posto libero e di aver poi rivisto quel giovane nel pomeriggio davanti alla stazione, mentre parlava con un suo amico il quale - covando forse velleità di stilista - gli suggeriva di far aggiungere un bottone alla sciancratura del soprabito.
Se questo narratore fosse un mio conoscente lo ascolterei per educazione, ma lo farei pensando che a me di ciò che ha visto sull'autobus non cale punto.

Però se a raccontarmi questo insignificante episodio fosse Raymond Queneau, allora lo ascolterei con estrema attenzione e soprattutto con sommo piacere. Lo ascolterei con interesse anche se me lo raccontasse per novantanove volte, perchè è questo che ha fatto Queneau nel suo straordinario libro "Esercizi Di Stile": ha raccontato novantanove volte la stessa trama cambiando ogni volta stile narrativo, lessico e utilizzando parecchie figure retoriche in modo magistrale.
Per la verità il successo della versione italiana è da ascrivere principalmente alla traduzione di Umberto Eco, anche se più che di una traduzione si tratta in realtà di una riscrittura; l'originale in francese è di fatto intraducibile a causa dell'impossibilità di trasporre quei testi in una lingua diversa mantenendone le caratteristiche stilistiche originali e il senso. I giochi di parole sono intraducibili.

Dopo aver letto le prime pagine di quel libro non riuscivo a fermarmi: ero curioso di vedere come sarebbe stata la versione successiva del racconto e non lo appoggiai fino a che non ebbi girata l'ultima pagina.
A ogni nuova narrazione del racconto, a ogni nuovo stile, io rimanevo sorpreso per la genialità di quell'esperimento e per la grande abilità necessaria a portarlo a termine. Naturalmente non tutte le versioni sono brillanti, tuttavia è una lettura piacevole per chi ama i giochi di parole e la scrittura creativa.

Nel 1982 vidi a teatro "Bus", spettacolo in cui Paolo Poli si cimentava nell'interpretazione degli "Esercizi Di Stile". Lo ricordo come uno spettacolo straordinario: se si mettono idealmente insieme in un teatro due giocolieri della parola come Raymond Queneau e Umberto Eco, un folletto / animale da palcoscenico come Paolo Poli, le scenografie di Emanuele Luzzati e i costumi di Santuzza Calì, di sicuro si assiste a qualcosa di unico.

Qui di seguito riporto la prima narrazione, seguita dai lipogrammi in A e in E (nei quali non compare la vocale del titolo e che nel libro sono anche in I, O e U) e dalla versione in latino maccheronico. Dovrebbero bastare a stuzzicare la voglia di leggere tutto il libro.

Narrazione
Sulla S, in un’ora di traffico. Un tipo di circa ventisei anni, cappello floscio con una cordicella al posto del nastro, collo troppo lungo, come se glielo avessero tirato.
La gente scende. Il tizio in questione si arrabbia con un vicino. Gli rimprovera di spingerlo ogni volta che passa qualcuno. Tono lamentoso, con pretese di cattiveria.
Non appena vede un posto libero, vi si butta.
Due ore piú tardi lo incontro alla Cour de Rome, davanti alla Gare Saint-Lazare. È con un amico che gli dice: «Dovresti far mettere un bottone in piú al soprabito». Gli fa vedere dove (alla sciancratura) e perché.

Lipogramma in A
Un giorno, mezzogiorno, sezione posteriore di un bus S, vedo un tizio, collo troppo lungo e coso floscio sul cucuzzolo, con un tessuto torticoloso.
Costui insultò il suo vicino dicendo che di proposito gli premesse sul piede, ogni momento che un cliente del mezzo venisse su o giú.
Poi si fece silente e occupò un posto libero.
Lo rividi, un tempo di poi, nel luogo dei treni che si vuole rechi il nome di un uomo pio, con un sempronio che gli dice di mettere piú in su il bottone del suo vestito d’inverno.

Lipogramma in E
Un giorno, diciamo dodici in punto, sulla piattaforma di coda di un autobus S, vidi un giovanotto dal collo troppo lungo: indossava un copricapo circondato da un gallon tutto intorcicolato.
Costui apostrofò il suo vicino urlando: «tu di tua volontà mi schiacci quanto la scarpa si vuol copra, ad ogni monta o dismonta di qualcuno! »
Poi non parla piú, occupando un posto non occupato.
Non molti minuti di poi, scorgo colui al luogo di raduno di molti vagoni, parlando con un amico il qual gli intima di spostar un poco il botton di un suo soprabito.

Latino maccheronico
Sol erat in regionem senithi et calor atmospheri magnissima. Senatus populusque parisensis sudabant. Autobi passabant completi. In uno ex supradictis autobíbus qui S denominationem portabat, hominem quasi moscardinum cum collo multo elongato et cum capello a cordincula tressata cerclato vidi.
Iste junior insultavit alterum hominem qui proximus erat: pietinat, inquit, pedes meos post deliberationem animae tuae.
Tunc sedem líberam videns, cucurrit là.
Sol duas horas in coelo habebat descendutus. Sancti Lazari stationem ferroviariam passante davante, jovanottum supradictum cum altero ejusdem farinae qui arbiter elegantiarum erat et qui de uno ex boutonis cappotti junioris consilium donabat vidi.

domenica 9 ottobre 2011

«Occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede, bruciatura per bruciatura, ferita per ferita, livido per livido.»

La pena di morte accompagna da sempre l'umanità.
Uso il presente non solo perchè è tuttora applicata in troppi Paesi, ma anche perchè in molti Paesi che non la prevedono la gente la reclama per punire i crimini più odiosi.

L'istinto di vendicarsi è connaturato all'uomo e tale istinto è sempre stato assecondato dalle istituzioni, un po' per la tendenza tutta umana a fare giustizia sommaria e un po' perchè prevedere la pena di morte negli ordinamenti legislativi dovrebbe servire a "tener buone" le masse, anche se non c'è alcuna evidenza di riduzione dei crimini efferati nei Paesi che la prevedono.
Si consideri poi che in diversi Paesi la pena capitale è prevista non solo per punire i crimini ma anche per eliminare i dissidenti, gli oppositori politici o per eliminare chi è considerato diverso: nessuno sceglie il proprio orientamento sessuale, eppure in alcuni Paesi averne uno minoritario è considerato una colpa da punire con la tortura e la morte.
Quando sento chiedere "condanne esemplari" io rabbrividisco sempre: la giustizia deve infliggere condanne giuste, non condanne esemplari. Se si dovesse dar retta a ciò che la gente vuole, ci sarebbe un linciaggio al giorno in ogni città.

Purtroppo, eccetto pochissime eccezioni, il retaggio culturale della pena di morte è radicato in tutte le società e in tutte le culture. Le tre principali religioni monoteiste (Ebraismo, Islam e Cristianesimo), che pure predicano l'amore universale, la bontà e il rispetto reciproco, considerano accettabile la pena di morte ed è prevista dai loro testi sacri.
Per quanto riguarda il Cristianesimo - partendo dal ben noto "Occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede, bruciatura per bruciatura, ferita per ferita, livido per livido" di Esodo 21,24 su cui si basa la legittimazione morale della pena capitale nei Paesi occidentali e principalmente negli Stati Uniti - innumerevoli versetti della Bibbia indicano la pena di morte come giusta punizione e specificano con precisione i casi e i modi in cui dev'essere comminata.

Sarebbe facile dire che certi Paesi mantengono la pena capitale nei loro ordinamenti perchè si tratta di Paesi culturalmente più arretrati, quindi parlerò di cosa succede in quelli evoluti, o meglio di cosa succede nel Paese che pretende di ergersi a esempio di civiltà per tutto il mondo.

Negli Stati Uniti la carica di giudice è elettiva in una quarantina di Stati, il chè significa che i giudici vengono eletti dal popolo esattamente come il sindaco e i politici; anche in Italia un partito politico ha ipotizzato di rendere elettiva la carica di giudice ma spero che nessun Governo si sogni mai di introdurre questa regola.
Ora, se un giudice viene eletto dal popolo, quali garanzie può dare circa la sua imparzialità di giudizio? Se il popolo chiede a gran voce la pena di morte (perchè le masse non ragionano con la lucidità propria del cervello ma piuttosto con l'istinto sanguinario della pancia e sono sempre pronte a linciare il presunto colpevole) quale giudice andrebbe contro i desiderata di chi lo ha eletto rischiando di non vedersi riconfermato nell'incarico alle successive elezioni?

Il problema è che la giustizia è amministrata dagli uomini e gli uomini per loro natura non sono infallibili, anzi sbagliano assai di frequente.
Il sito web del 'Death Penalty Information Center' (link) evidenzia come dal 1973 a oggi, in America, ben 138 persone in 26 Stati abbiano avuto una revisione del processo e siano state assolte con formula piena per non aver commesso il fatto. (link)
La cosa terribile e inaccettabile è che in precedenza quelle 138 persone erano state condannate alla pena capitale: sono state anni e anni nei bracci della morte ad aspettare l'incontro col boia e a sentir gridare "Dead man walking!" ("Morto che cammina!") quando passavano accanto alle guardie.

Il caso più impressionante è quello di Peter Limone (link).
Limone fu accusato di omicidio e condannato alla sedia elettrica nel 1968 insieme ad altre tre persone. Le testimonianze che inchiodarono lui e gli altri tre erano false, ma occorsero 33 anni per scoprirlo e Limone usci dal braccio della morte da uomo libero e riabilitato solo nel 2001.
Rimase in prigione pur essendo innocente ben 33 anni: più o meno 396 mesi, ovvero 12.050 giorni, ovvero 289.200 ore.
Nel frattempo due dei suoi "complici", pure innocenti, morirono in galera e il terzo fu scarcerato quattro anni prima di Limone.

Ci rendiamo conto di cosa significano ben 138 condannati a morte e riconosciuti innocenti solo per caso, magari scagionati da un test del DNA non disponibile all'epoca della condanna, o perchè qualcuno ha confessato dopo anni di aver testimoniato il falso, o perchè dei giudici hanno deciso di seguire la coscienza anzichè l'interesse e hanno riaperto casi già chiusi?
Per 138 innocenti riconosciuti tali dopo anni di braccio della morte e riabilitati, quanti sono stati gl'innocenti ingiustamente finiti sulla sedia elettrica, nella camera a gas o uccisi dalle iniezioni letali? 
Fosse anche uno solo, per me un unico innocente condannato a morte è inaccettabile, dunque per me diventa inaccettabile anche la pena di morte, senza eccezione alcuna.

Qualcuno può forse obiettare che se io stesso o qualcuno dei miei cari dovesse essere vittima di un crimine efferato cambierei idea. No, non è così.
Purtroppo su questo la vita mi ha già messo pesantemente alla prova e nonostante tutto rimango convintamente contrario alla pena capitale. Per me è importante che non sia prevista negli ordinamenti per evitare che anche un solo innocente sia messo a morte e ciò per un motivo assai semplice: quell'innocente condannato per sbaglio potrebbe essere chiunque: potrebbe essere chi mi sta leggendo, uno dei miei cari... potrei anche essere  io e non voglio che ciò possa accadere.

Ricordo che anni fa un vigile urbano lasciò sotto il tergicristallo della mia macchina una contravvenzione per disco orario scaduto: ma me la elevò 10 minuti prima che scadesse effettivamente il tempo consentito per la sosta perchè interpretò male l'ora indicata. 
Andai al comando della Polizia Municipale per spiegare le mie ragioni e il funzionario con cui parlai mi disse che non poteva fare nulla, perchè era la mia parola contro quella del vigile che mi aveva multato e che tutt'al più avrei dovuto esporre le mie ragioni a quel vigile nel momento in cui mi sanzionava. Si, va bene, ma io in quel momento mica ero lì... e alla fine dovetti pagare quella sanzione ingiustamente comminatami.
Da questo piccolo episodio capii che potevo in qualsiasi momento trovarmi nell'impossibilità di dimostrare la mia innocenza ed essere costretto a subire una pena ingiusta; quella volta il non poter dimostrare la mia innocenza mi costò una multa, ma se invece qualcuno mi avesse accusato di un crimine gravissimo, se non avessi potuto provare di non averlo commesso, se un giudice non avesse creduto alla mia innocenza e mi avesse condannato?
No, nessun crimine, per quanto grave, dovrebbe essere punito con la morte del reo perchè i giudici sono umani e in quanto tali sono fallibili. A certi errori non si può porre rimedio.

Sono sempre di più gli Stati che cancellano la pena di morte dai loro ordinamenti e spero che un giorno questa barbarie scompaia del tutto.
Il 10 ottobre, domani, sarà la "Giornata Mondiale Contro La Pena Di Morte" e in rete ho trovato una bella illustrazione che la sostiene: si tratta di un'opera del disegnatore libanese Fouad Mezher (link), che ringrazio di cuore per avermi concesso di pubblicarla sul mio blog.
Nelle rapprersentazioni allegoriche, la Giustizia è una donna con una bilancia in una mano e una spada nell'altra. La bilancia simboleggia l'equità e l'equilibrio del giudizio, mentre la spada rappresenta la forza e il potere che la Giustizia deve avere per imporre e far rispettare i suoi giudizi.
Il terzo attributo dell'allegoria della Giustzia è la benda sugli occhi, con il significato positivo dell'imparzalità nel giudicare proprio di chi "non guarda in faccia nessuno".

Ebbene, quando la Giustizia getta a terra la bilancia, depone la spada e si appoggia al palo di una forca per farsi un bicchiere e fumarsi una sigaretta insieme alla Morte, smette di essere Giustizia.
Pensiamoci... pensiamo a quei 138 innocenti restituiti per caso alla vita e pensiamo al numero infinitamente più alto di uomini e donne che sono stati - e saranno - messi a morte pur non avendo commesso alcun reato

Uno solo è già troppo.

© Fouad Mezher.

lunedì 3 ottobre 2011

Birds On The Wires.

Quando si ha un discreto spirito di osservazione, la mente aperta e la capacità di trasporre in àmbiti diversi ciò che si vede, può capitare che da una semplice foto pubblicata in una rivista il genio di turno sia capace di "estrarre" una musica. 
Sembra incredibile, eppure capita.

Jarbas Agnelli è un musicista brasiliano ma il suo cognome tradisce origini italiane (e che origini... anche se probabilmente si tratta solo di omonimia). Tempo addietro Agnelli vide su una rivista la foto di un paesaggio - sembra una delle tante favelas che ci sono in Brasile - con una linea elettrica in primo piano e diversi uccelli appollaiati sui fili.


Quei cinque fili e gli uccelli che vi disegnavano sopra tante macchie nere devono essere apparsi famigliari al musicista: un pentagramma i fili elettrici e note gli uccelli. Agnelli ebbe la curiosità di sentire che musica potessero aver inconsapevolmente composto quei volatili posandosi sui fili in maniera del tutto casuale e la melodia che ne scaturì, pur non essendo nulla di straordinario, è tuttavia affascinante per il modo in cui è stata generata. Gli uccelli non fanno musica solo con i loro cinguettii ma anche semplicemente stando su una linea elettrica.

Ci sono esempi noti di musiche composte in modo casuale; pare che Mozart stesso abbia "creato" brani musicali scrivendo su foglietti di carta brevissime sequenze armoniche e melodiche di una battuta e poi, estraendo casualmente i bigliettini da un sacchetto, li abbia messi in fila e abbia trascritto le battute ottenendo così delle composizioni. 
Ricordo che una trentina di anni fa, quando muovevo i miei primi passi nel mondo dei computer utilizzando il mitico Commodore 64, avevo un programma che faceva giusto qualcosa di simile: il software consisteva in un discreto numero di sequenze melodico-armoniche prefissate che venivano scelte e accostate, come in un mosaico musicale, a partire da un numero casuale di 8 cifre (o multipli di 8, perchè il programma generava brani in 4/4) che si digitava. Il risultato era una musica di genere barocco, una partitura piuttosto gradevole riprodotta imitando il suono del clavicembalo.

Di recente qualcuno ha visto della musica nascosta perfino sulla tavola della famosissima "Ultima Cena" affrescata da Leonardo nel refettorio del convento di Santa Maria delle Grazie a Milano: pare che la disposizione dei pani sul tavolo possa essere letta come uno spartito... ma dopo il successo del famoso libro di Dan Brown "Il Codice Da Vinci" ormai in quell'affresco la gente ci vede di tutto, quasi fosse una delle tavole del test proiettivo di Rorschach.

Tornando a Jarbas Agnelli, dal suo canale Vimeo (link) ecco il video "Birds On The Wires"; suggerisco di guardarlo a schermo intero.


Birds on the Wires from Jarbas Agnelli on Vimeo.

lunedì 26 settembre 2011

"Un grand' avello, ov' io vidi una scritta che dicea: “Anastasio papa guardo, lo qual trasse Fotin de la via dritta”"

«Canto undecimo, nel quale tratta de' tre cerchi disotto d'inferno, e distingue de le genti che dentro vi sono punite, e che quivi più che altrove; e solve una questione.»

Dopo aver meditato con la "Lettera Sulla Felicità" di Epicuro, ridiscendiamo agl'Inferi. 
Siamo ancora nel Sesto Cerchio, dove proprio Epicuro e gli eretici subiscono il supplizio eterno; qui Dante e Virgilio incontrano l'avello di un altro eretico, papa Anastasio II, posto in questo Cerchio per aver tentato di accordarsi con il patriarcato di Costantinopoli che si trovava in rotta di collisione con la Chiesa cattolica dopo aver iniziato l'eresia monofisita.
Di seguito Virgilio spiega a Dante cosa troveranno nei tre Gironi del Settimo Cerchio che si accingono ad attraversare; non succede molto altro in questo Canto, nessun incontro con gli spiriti di trapassati celebri.

Se mi si concede una divagazione, proprio ieri papa Benedetto XVI ha affermato che sono più vicini a Dio gli agnostici che cercano risposte di quanto lo siano quei "buoni cristiani" che vanno a messa per convenzione ma senza convinzione e di quelli che proclamano la loro cristianità con le parole e gli slogan ma la negano e fanno il contrario con le azioni.
Bene, molto bene: è una bellissima notizia!
Allora ciò che dicevo alla fine dell'intervento intitolato "Se la fede è un dono, grazie a Dio io non l'ho avuto" è vero, è il Papa stesso ad affermarlo: se esistono un Dio e un Paradiso è più probabile che li veda e ci vada io anzichè tanti politici (e i loro seguaci) un po' confusi che si ergono a baluardi del cattolicesimo contro presunte invasioni di altre fedi ma adorano a un tempo sia il Dio cattolico che presunte divinità fluviali in onore delle quali s'inventano bizzarre cerimonie pagane a base di ampolle d'acqua raccolte qui e versate là, o quel politico (ora ministro) che giusto 13 anni fa impalmò la sua sposa non in una chiesa con il sacramento del matrimonio cattolico, ma con un non meglio codificato "matrimonio celtico" officiato dal Sindaco in veste di Druido pro-tempore... per tacere di quel sottosegretario che professa una sana e robusta osservanza cattolica e che è sempre il primo, con la sua faccia arcigna, a strepere e a mettersi di traverso se qualcuno in Parlamento s'azzarda a ipotizzare di estendere i diritti delle coppie sposate alle coppie di fatto, come se concedere dei diritti a qualcuno significasse limitarli ad altri e la famiglia - anzichè la cellula sociale di base nata qualche millennio prima che fosse codificata dalle leggi e/o dalle religioni attuali - fosse un'entità estremamente fragile che tende a dissolversi per un nonnulla e che dunque necessita di puntelli e muraglie altissime a sua difesa e protezione.

Sarà un piacere vedere, come ha spiegato ieri il Papa citando le parole di Gesù Cristo, prostitute e pubblicani passare davanti ai "fedeli di routine" (ipse dixit) ed entrare nella Gerusalemme Celeste molto, molto prima di questi personaggi...


domenica 18 settembre 2011

Primum vivere, deinde philosophari.

In un mondo, una società, un momento storico e una congiuntura in cui - a sentire i dialoghi non di Platone, ma quelli degl'italiani la mattina, al bar, davanti al caffè - sembra che la peggiore catastrofe che possa abbattersi sui cittadini sia lo sciopero dei calciatori di Serie A, può sembrare pesante parlare di filosofia.

Certo, è più semplice accapigliarsi per un rigore o per un fuorigioco... ma sono certo che almeno a qualcuno, in questo Paese, sia rimasta non solo la capacità ma anche la voglia di pensare, cosa che non è necessaria di prima mattina, al bar, per litigar di calcio.
Non si offenda il lettore tifoso: io appartengo alla esigua schiera di maschi italiani dotati di una naturale e totale immunità al virus del calcio, il chè spiega la mia posizione critica verso chi mostra un qualche barlume di passione solo per lo sport della pedata e si disinteressa nel modo più assoluto della "res pubblica".

Oggi abbiamo ormai tutti di che vivere, dunque ogni tanto sarebbe opportuno filosofare. 
Per meditare un po' ho scelto un testo di Epicuro assai noto: la "Lettera a Meneceo", più nota come "Lettera Sulla Felicità". Buona lettura.



Lettera Sulla Felicità
di Epicuro


Meneceo,
non si è mai troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità. A qualsiasi età è bello occuparsi del benessere dell'anima. Chi sostiene che non è ancora giunto il momento di dedicarsi alla conoscenza di essa, o che ormai è troppo tardi, è come se andasse dicendo che non è ancora il momento di essere felice, o che ormai è passata l'età. Da giovani come da vecchi è giusto che noi ci dedichiamo a conoscere la felicità. Per sentirci sempre giovani quando saremo avanti con gli anni in virtù del grato ricordo della felicità avuta in passato, e da giovani, irrobustiti in essa, per prepararci a non temere l'avvenire. Cerchiamo di conoscere allora le cose che fanno la felicità, perché quando essa c'è tutto abbiamo, altrimenti tutto facciamo per averla.

Pratica e medita le cose che ti ho sempre raccomandato: sono fondamentali per una vita felice. Prima di tutto considera l'essenza del divino materia eterna e felice, come rettamente suggerisce la nozione di divinità che ci è innata. Non attribuire alla divinità niente che sia diverso dal sempre vivente o contrario a tutto ciò che è felice, vedi sempre in essa lo stato eterno congiunto alla felicità. Gli dei esistono, è evidente a tutti, ma non sono come crede la gente comune, la quale è portata a tradire sempre la nozione innata che ne ha. Perciò non è irreligioso chi rifiuta la religione popolare, ma colui che i giudizi del popolo attribuisce alla divinità.

Tali giudizi, che non ascoltano le nozioni ancestrali, innate, sono opinioni false. A seconda di come si pensa che gli dei siano, possono venire da loro le più grandi sofferenze come i beni più splendidi. Ma noi sappiamo che essi sono perfettamente felici, riconoscono i loro simili, e chi non è tale lo considerano estraneo. Poi abituati a pensare che la morte non costituisce nulla per noi, dal momento che il godere e il soffrire sono entrambi nel sentire, e la morte altro non è che la sua assenza. L'esatta coscienza che la morte non significa nulla per noi rende godibile la mortalità della vita, togliendo l'ingannevole desiderio dell'immortalità.

Non esiste nulla di terribile nella vita per chi davvero sappia che nulla c'è da temere nel non vivere più. Perciò è sciocco chi sostiene di aver paura della morte, non tanto perché il suo arrivo lo farà soffrire, ma in quanto l'affligge la sua continua attesa. Ciò che una volta presente non ci turba, stoltamente atteso ci fa impazzire. La morte, il più atroce dunque di tutti i mali, non esiste per noi. Quando noi viviamo la morte non c'è, quando c'è lei non ci siamo noi. Non è nulla né per i vivi né per i morti. Per i vivi non c'è, i morti non sono più. Invece la gente ora fugge la morte come il peggior male, ora la invoca come requie ai mali che vive.

Il vero saggio, come non gli dispiace vivere, così non teme di non vivere più. La vita per lui non è un male, né è un male il non vivere. Ma come dei cibi sceglie i migliori, non la quantità, così non il tempo più lungo si gode, ma il più dolce. Chi ammonisce poi il giovane a vivere bene e il vecchio a ben morire è stolto non solo per la dolcezza che c'è sempre nella vita, anche da vecchi, ma perché una sola è l'arte del ben vivere e del ben morire. Ancora peggio chi va dicendo: bello non essere mai nato, ma, nato, al più presto varcare la porta dell' Ade.

Se è così convinto perché non se ne va da questo mondo? Nessuno glielo vieta se è veramente il suo desiderio. Invece se lo dice così per dire fa meglio a cambiare argomento. Ricordiamoci poi che il futuro non è del tutto nostro, ma neanche del tutto non nostro. Solo così possiamo non aspettarci che assolutamente s'avveri, né allo stesso modo disperare del contrario. Così pure teniamo presente che per quanto riguarda i desideri, solo alcuni sono naturali, altri sono inutili, e fra i naturali solo alcuni quelli proprio necessari, altri naturali soltanto. Ma fra i necessari certi sono fondamentali per la felicità, altri per il benessere fisico, altri per la stessa vita.

Una ferma conoscenza dei desideri fa ricondurre ogni scelta o rifiuto al benessere del corpo e alla perfetta serenità dell'animo, perché questo è il compito della vita felice, a questo noi indirizziamo ogni nostra azione, al fine di allontanarci dalla sofferenza e dall'ansia. Una volta raggiunto questo stato ogni bufera interna cessa, perché il nostro organismo vitale non è più bisognoso di alcuna cosa, altro non deve cercare per il bene dell'animo e del corpo. Infatti proviamo bisogno del piacere quando soffriamo per la mancanza di esso. Quando invece non soffriamo non ne abbiamo bisogno.

Per questo noi riteniamo il piacere principio e fine della vita felice, perché lo abbiamo riconosciuto bene primo e a noi congenito. Ad esso ci ispiriamo per ogni atto di scelta o di rifiuto, e scegliamo ogni bene in base al sentimento del piacere e del dolore. E' bene primario e naturale per noi, per questo non scegliamo ogni piacere. Talvolta conviene tralasciarne alcuni da cui può venirci più male che bene, e giudicare alcune sofferenze preferibili ai piaceri stessi se un piacere più grande possiamo provare dopo averle sopportate a lungo. Ogni piacere dunque è bene per sua intima natura, ma noi non li scegliamo tutti. Allo stesso modo ogni dolore è male, ma non tutti sono sempre da fuggire.

Bisogna giudicare gli uni e gli altri in base alla considerazione degli utili e dei danni. Certe volte sperimentiamo che il bene si rivela per noi un male, invece il male un bene. Consideriamo inoltre una gran cosa l'indipendenza dai bisogni non perché sempre ci si debba accontentare del poco, ma per godere anche di questo poco se ci capita di non avere molto, convinti come siamo che l'abbondanza si gode con più dolcezza se meno da essa dipendiamo. In fondo ciò che veramente serve non è difficile a trovarsi, l'inutile è difficile.


domenica 11 settembre 2011

11 settembre, 2001 ~ 2011.

Ci sono eventi talmente grandi - o talmente impossibili da metabolizzare - che rimangono impressi nella memoria di ogni persona, segnano un solco incolmabile fra il "prima" e il "dopo" l'evento e dopo nulla è più come prima.
La cosa più impressionante è che fra i ricordi non rimane impresso per sempre solo l'evento epocale, ma con esso si cristallizza nella memoria anche la nostra vita: a distanza di anni, di decenni, ci ricordiamo esattamente dov'eravamo e cosa stavamo facendo nel momento in cui abbiamo appreso la notizia dell'evento che cambia il mondo.

Il 3 giugno 1963 avevo quattro anni, dunque ero troppo piccolo per sapere chi fosse Giovanni XXIII e per sapere chi fosse il papa. Ho tuttavia un ricordo straordinariamente vivido della sua morte: allora frequentavo un asilo gestito da suore e ricordo la loro disperazione per la morte del papa.
Il giorno dopo nessuna delle suore, che solitamente erano molto affettuose con noi bambini, aveva voglia di sorridere e ricordo perfettamente due delle suore che si occupavano di me piangere a dirotto, sconsolate. Per me le suore che piangevano in quel modo erano qualcosa di mai visto prima, non capivo cosa stesse succedendo intorno a me e mi spaventai molto.

Sei mesi dopo, il 22 novembre 1963, ero sempre troppo piccolo per sapere chi fosse John Fitzgerald Kennedy e quale fosse la portata storica del suo assassinio, però anche questo ricordo è indelebile nella mia memoria: ero in auto con i miei genitori, stavamo tornando a casa dopo aver fatto visita a mia nonna e ricordo perfettamente - come se l'avessi sentita poco fa - la voce di mio padre che, strada facendo, parlando con mia madre diceva "Hanno ammazzato Kennedy" e poco dopo "Kennedy è morto, chissà adesso cosa succede". 
Era lo sgomento nella sua voce, un tono che non avevo mai sentito prima, a turbarmi e nonostante fossi così piccolo capivo che stava succedendo qualcosa di talmente grande da spaventare mio padre... che a quell'età ogni bambino vede come una figura onnipotente e invincibile.

Con un salto di 18 anni si arriva al 1981 e alla strage della stazione di Bologna. Anche a questo evento posso collegare la mia vita perchè ricordo dov'ero, con chi, i commenti... tutto.

Infine l'11settembre 2001, che non è  un'iperbole definire il giorno che ha cambiato il mondo. Perfino più dei giorni in cui scoppiarono la prima e della seconda guerra mondiale.
Tutti ricordiamo benissimo quel pomeriggio perchè già la notizia di un doppio attentato compiuto lanciando degli aerei pieni di gente innocente contro due grattacieli in quella che nel mondo è conosciuta come "la" metropoli era un'enormità.
Alla notizia si aggiungevano le immagini che senza sosta passavano in televisione e che sembravano le sequenze di uno dei tanti films catastrofici che più o meno tutti abbiamo visto almeno una volta. Ma quello non era un film, quelli non erano effetti speciali: era tutto tragicamente vero... ed era tutto al di là dell'immaginabile.

Di quei giorni ricordiamo l'allarme su scala planetaria, il blocco mondiale del traffico aereo, le borse chiuse per una settimana, le ipotesi su cosa fosse veramente accaduto, la sequela di attentati in diverse parti del mondo perpetrati negli anni successivi, le guerre iniziate in nome della pace in diversi Paesi e non ancora finite... e dopo i ricordi collettivi ci sono i ricordi personali, le immagini di quelle ore che ognuno di noi si porta dentro perchè ci hanno colpito più di ogni altra fra quelle che in quei giorni e in questi anni ci sono state mostrate a profusione dai mezzi d'informazione.

L'immagine indelebile che io ho dell'11 settembre 2001 sono le brevissime ma agghiaccianti sequenze filmate - pochi secondi nella realtà ma che devono essere stati lunghi come un incubo per i protagonosti - in cui si vedono le persone intrappolate ai piani alti dei due grattacieli che in preda al terrore si lanciano nel vuoto scegliendo (chissà se e fino a che punto deliberatamente) la certezza di una fine relativamente rapida all'incubo del fuoco sempre più vicino... o dell'ignoto a cui stavano andando incontro.
Il ricordo di quelle persone che precipitando scalciavano, si agitavano, disegnavano figure nell'aria come se stessero disputando una tragica e mortale gara di tuffi dalla piattaforma o semplicemente si lasciavano caderere a braccia aperte come dei crocefissi, mi turba ancora oggi.
Chissà cosa passò nella loro mente, quali siano stati i loro pensieri e a chi avranno pensato durante quel volo durato l'eternità di pochi secondi... il mio stomaco si chiude ancora, se ci penso.

Ricordo poi la crudeltà con cui la sorte - ineluttabile - ha voluto a tutti i costi accanirsi contro un uomo e una donna di nazionalità dominicana che lavoravano al World Trade Center: si salvarono entrambi dagli attentati e dai crolli e stavano tornando nel loro Paese, lui per iniziare un nuovo lavoro e lei per andare a trovare i parenti.
Quale fosse il loro destino, però, era già scritto: morirono insieme ad altre 263 persone esattamente due mesi dopo, il 12 novembre 2001, quando l'Airbus A300 dell'American Airlines decollato dall'aeroporto Kennedy di New York che avrebbe dovuto riportarli a Santo Domingo precipitò nel Queens per un cedimento strutturale.


La loro sorte era di morire per causa di un aereo; si erano salvati la prima volta, ma la seconda volta il destino ha preteso le loro vite, non gli ha lasciato scampo... e mi torna in mente la canzone "Samarcanda" di Roberto Vecchioni:



Per ricordare le 2.974 vittime di quella tragedia è stato costruito un memoriale nel luogo che tutto il mondo conosce come "Ground Zero": un parco alberato e due fontane di forma quadrata, poste esattamente dove sorgevano le due torri crollate, entro cui l'acqua precipita dalle alte pareti.

Io, nel mio piccolo, per ricordare quel dramma e le migliaia di vittime innocenti, oltre a pubblicare questo intervento esattamente all'ora in cui 10 anni fa ebbe inizio il dramma segnalo qui sotto la cronologia dei fatti accaduti l'11 settembre 2001 e un collage con le foto di quasi tutte le vittime.
Riposino in pace.

 


domenica 4 settembre 2011

Figli di un dio minore.

Ricordo che quando avevo intorno ai 17~18 anni e notai che gli adulti mi davano sempre più spesso del "lei" anzichè del "tu", mi resi conto di essere (finalmente) diventato anche io adulto a tutti gli effetti e di essere (finalmente) riconosciuto come tale. Era una sensazione molto bella, che gratificava parecchio la mia autostima e mi faceva sentire non più adolescente, ma unus inter pares nella società.
La forma allocutiva di cortesia con cui gli altri si rivolgevano a me era indice di quel rispetto che si accorda alle persone che non si conoscono e con le quali non c'è la confidenza necessaria per passare al "tu", che tuttavia si usa comunemente con bambini e adolescenti anche sconosciuti.

Sfortunatamente per loro, a due categorie di persone la possibilità di sentirsi inter pares non già entrando nell'età adulta, ma in assoluto, è del tutto preclusa: mi riferisco ai disabili e agli stranieri, da sempre figli di un dio minore.

Chi mi legge, trovandosi in coda in un ufficio postale, all'USL, all'anagrafe, in banca, in un qualsiasi negozio o dovunque ci sia da aspettare il proprio turno, avrà senz'altro notato che raramente gl'impiegati, gli esercenti e i funzionari si rivolgono a disabili e stranieri con il "lei": evidentemente, ai loro occhi disabili e stranieri non sono dei pari a cui rivolgersi con il dovuto rispetto e nemmeno dei cittadini che con le tasse pagano il loro stipendio, ma restano sempre degl'inferiori a cui possono dare tranquillamente del "tu" senza che il Super-Io li faccia sentire quelle persone irrispettose e maleducate che in realtà sono.

Prestando attenzione a queste situazioni, ho notato che ci si rivolge con il "tu" a stranieri e disabili anche quando questi danno del "lei" a coloro che stanno dall'altra parte del bancone o dello sportello, i quali dal canto loro danno tranquillamente del "tu" anche a stranieri e disabili visibilmente assai più adulti senza avere il benchè minimo dubbio sulla inopportunità del loro atteggiamento.

Qualche distinzione fra i disabili viene però fatta: a un adulto con una mutilazione o su una sedia a ruote, così come a un cieco, si dà del "lei", mentre invece un sordomuto che ha difficoltà ad articolare le parole, uno spastico che si muove a scatti o chi è affetto da Trisomia 21 anche in forma lieve, è condannato a un'eterna fanciullezza che non prevede mai il diritto al rispetto suggellato dal "lei", neppure se hanno 60 anni e chi gli si rivolge ne ha la metà o anche meno.
Per la verità qualche distinzione si fa anche per gli stranieri: se sono turisti, danarosi e occidentali o giapponesi vengono serviti e riveriti, mentre se vivono in Italia, ci lavorano e vengono da Paesi classificati come sottosviluppati, la vulgata li vuole miserabili e come tali vengono trattati. Ci si stupisce quando si scopre che hanno una carta di credito o una macchina più grande di un'utilitaria e che che non sia vecchia di almeno 8 o 9 anni. In tal caso il retropensiero è: un immigrato extracomunitario non può avere tanti soldi e, se li ha, di sicuro non può averli guadagnati onestamente; costui è uno che delinque.

Questi stranieri non hanno alcuna chance: non sono mai riconosciuti come pari, dunque gli si dà del "tu" a qualsiasi età e quale che sia il lessico con cui si rivolgono agl'interlocutori.

Una volta, irritato dal tono sprezzante con cui un giovane impiegato di posta si rivolgeva a uno straniero di mezza età, gli chiesi perchè non gli desse del "lei" come faceva con tutti gli altri; la sua risposta - ancor più sprezzante - mi lasciò allibito: "Guardi che quelli lì capiscono solo il tu".
Insomma, i peggiori italiani sono convinti che gli stranieri di determinate nazionalità (e alcune categorie di disabili) siano dei poveri ignoranti - se non addirittura dei minus habentes - che non capiscono le sfumature della lingua italiana.

In certi casi può essere vero che l'italiano metta in difficoltà, soprattutto se si parla di stranieri residenti in Italia da poco tempo e con poca familiarità con la nostra difficilissima lingua... che del resto crea non pochi grattacapi anche a un numero rilevante di cittadini italiani, perfino a quelli eletti a far parte del Parlamento quando non si tratti addirittura di ministri: ricordo un'intervista in cui l'allora Ministro della Cultura noto per l'aspetto, i modi ieratici e il tono della voce che gli sono valsi il soprannome di "il frate", sbagliava clamorosamente i congiuntivi. Questa forma verbale è la bestia nera anche di un politico di lungo corso attualmente Capogruppo alla Camera dei Deputati di un grande partito: a dispetto della sua laurea in Giurisprudenza, che dovrebbe implicare un'ottima conoscenza della lingua italiana, non azzecca un congiuntivo nemmeno per sbaglio.

Tornando agli stranieri, se è comprensibile che chi è in Italia da poco tempo possa avere una conoscienza approssimativa della nostra lingua e tenda a semplificarla dando del tu a tutti (venendo ripagato allo stesso modo anzichè con il "lei" che potrebbe accelerare il corretto apprendimento della nostra lingua), è anche vero che chi sta qui da più tempo l'italiano lo conosce, comprende la differenza fra "tu" e "lei" e usa le due forme allocutive in modo appropriato.
Ora, se uno straniero si esprime con proprietà di linguaggio in un italiano formalmente abbastanza corretto e dà del "lei" a un esercente, a un impiegato o a un funzionario, non si capisce perchè quest'ultimo, massimamente se si tratta di un pubblico dipendente, non debba rivolgersi a un cittadino - ancorchè straniero - dandogli a sua volta del "lei". E non si capisce perchè ci si debba permettere di dare del "tu" a un disabile.
Si tratta di una mancanza di rispetto che non ha giustificazione: stranieri e disabili non sono sub-umani!

C'è anche chi si spinge ben oltre il "tu" nel dimostrare scarsa o nulla considerazione per gli stranieri.
Anni fa, mentre passeggiavo in centro, incontrai un amico africano di poco più giovane di me che vive in Italia da quasi 20 anni, parla un italiano formalmente molto corretto - congiuntivi inclusi - e con un lessico piuttosto esteso. Stava andando in un'agenzia di viaggi perchè doveva prenotare un volo per tornare nel suo Paese e da sua moglie che aveva appena partorito la loro prima figlia. Mi chiese di accompagnarlo, così nel frattempo avremmo fatto quattro chiacchiere e siccome non avevo altro da fare andammo insieme in agenzia. C'era gente, dovevamo aspettare un po' e continuammo a chiacchierare del più e del meno, seppure a bassa voce per non disturbare.
Quando fu giunto il suo turno, il mio amico si avvicinò all'impiegato e gli spiegò cosa voleva nel suo italiano perfetto e usando l'allocuzione di cortesia "lei"; io stavo dietro di lui a un metro di distanza. L'impiegato ascoltava lui, gli si rivolgeva con il "tu" e spesso lanciava occhiate verso di me mentre gli parlava; il suo atteggiamento m'irritava oltremodo, ma stavo zitto e in posizione arretrata; in fondo ero lì per caso.
Dopo un po' smise di rivolgersi a lui, di guardarlo e cominciò a chiedere a me i dettagli del volo e del pagamento, dandomi naturalmente del "lei". A quel punto non resistetti oltre e  sbottai: "Guardi che il cliente è il signore che ha di fronte, non io: è lui che le sta parlando, che le ha chiesto un volo e che si aspetta da lei delle risposte. Che c'entro io, che non ho aperto bocca? E poi: se questo signore le sta dando del "lei", perchè non fa altrettanto? Come si permette di dargli del "tu" dal momento che non lo conosce? Un minimo di educazione, diamine!"
L'impiegato farfugliò qualcosa d'incomprensibile e, con modi bruschi ma dandogli da quel momento del "lei", prenotò il volo al mio amico.

In accordo col pregiudizio diffuso, se un italiano e uno straniero sono insieme è senz'altro l'italiano ad avere la posizione rilevante ed è senz'altro lo straniero a essere subalterno o al servizio dell'italiano. Se non peggio.

Oliviero Toscani, il grandissimo fotografo che ammiro molto come artista delle immagini ma anche - e forse soprattutto - per le sue idee e il suo impegno contro il pregiudizio e a favore dei diritti civili di tutti, l'aveva già capito moltissimi anni fa quando nel settembre 1989, per una campagna pubblicitaria del marchio Benetton a lui storicamente legato, scattò questa fotografia ponendo la domanda: "Chi è il poliziotto e chi il prigioniero?"

Oliviero Toscani - Handcuffs
Non c'è nulla nell'immagine che ci soccorra nel distinguere il buono dal cattivo perchè entrambi indossano il trasversale e democratico jeans e una camicia azzurra che, soprattutto in America, è comune sia alle uniformi dei poliziotti che a quelle dei prigionieri. Eppure il nostro condizionamento sociale insieme alle rappresentazioni stereotipiche dei media e del cinema ci hanno insegnato a pensare che il il tutore dell'ordine è bianco e che il criminale è nero.
Infatti è a questa conclusione che la quasi totalità della gente arriva... e sfido chiunque a negare di averlo pensato, avendo letto la domanda e un attimo dopo aver visto la foto.

Sarà difficile cambiare un condizionamento sociale e degli stereotipi così profondamente radicati, ma per cominciare si potrebbe pretendere dagl'impiegati e dai funzionari degli uffici pubblici un comportamento consono a chi in quel momento rappresenta lo Stato al servizio dei cittadini: a nessun dipendente pubblico dovrebbe essere permesso (né dovrebbe permettersi) di rivolgersi a un cittadino dandogli del "tu" e ciò indipendentemente dal fatto che tale cittadino sia italiano o straniero, disabile o no.
Questa minima forma di rispetto e di educazione dovrebbe poi essere attuata anche agli esercenti, ma in quanto privati è più difficile imporre loro delle regole di comportamento, a meno che non si tratti di dipendenti dai quali il datore di lavoro può (e dovrebbe) pretendere un atteggiamento rispettoso verso i clienti.

Nel frattempo, suggerisco a chi se la sente di fare un piccolo esperimento: la prossima volta che sentirà un dipendente pubblico (non importa di che livello e in quale ufficio) dare del "tu" a uno straniero o a un disabile, quando sarà il suo turno provi a rivolgersi a lui con il "tu", soprattutto se il funzionario ha qualche anno di più.
L'espressione massimamente contrariata che questi "signori" assumono quando un cittadino gli da del "tu" la dice lunga sulla loro protervia.
Gli si spieghi poi perchè ci si è presi questa libertà, gli si ricordi che l'educazione e il rispetto sono la base dei rapporti fra le persone e che, in quanto rappresentanti dello Stato, hanno il dovere rivolgersi ai cittadini con l'una e con l'altro.

Come dicevo è difficile cambiare le cose, ma finchè qualcuno non comincia...

lunedì 29 agosto 2011

Villa Pisani.

Per la sua maestosità e per la sua indubbia bellezza, la Reggia di Versailles (link 1) (link 2) impressionò molto la nobiltà europea che, adattando alcuni suoi dettagli a spazi infinitamente più piccoli (e a disponibilità economiche nemmeno lontanamente paragonabili a quella della monarchia francese), la prese a ispirazione e portò un po' di Versailles anche in Italia nell'edificazione di ville, rocche, residenze nobiliari e regge.

L'idea del "Grand Canal" di Versailles, il canale navigabile in cui si tenevano parate navali, spettacoli nautici e regate, si ritrova anche nelle naumachie che avevano luogo nelle peschiere di Villa Contarini a Piazzola sul Brenta (link).
Nella Rocca Meli Lupi di Soragna, in provincia di Parma, di cui consiglio caldamente la visita perchè è molto bella ma sfortunatamente poco nota, la "Galleria dei Poeti" (link) ricorda la spettacolare Galleria degli Specchi di Versailles.
La Reggia di Caserta (link) fu voluta dai Borbone per dimostrare al Re Sole che anche i monarchi spagnoli potevano avere una residenza maestosa come Versailles.

Chiunque abbia visitato Versailles e abbia visto anche Villa Pisani (link 1) (link 2) a Stra, in provincia di Venezia, non può non aver notato la somiglianza - seppure in scala assai ridotta - fra il parco della reggia francese e quello della dimora patrizia sulla riviera del Brenta.
Camminando nella parte orientale del parco di Villa Pisani ci s'imbatte in scorci davvero straordinari.

Subito fuori dalla villa c'è il Labirinto, uno dei pochi ancora "vivi" in Italia e in Europa. Dopo aver camminato parecchio ed essere tornati spesso sui propri passi per aver scelto un sentiero cieco, si arriva al centro dei nove cerchi concentrici di bosso dove c'è la torretta belvedere, sormontata da una statua di Athena.
L'esultanza per aver raggiunto il centro del labirinto potrebbe spegnersi al pensiero della strada ancora da fare per uscirne, ma una provvidenziale guida che staziona sulla sommità della torretta può aiutare i novelli Teseo che si avventurano nel labirinto a guadagnare l'uscita, o anche il centro se proprio non ce la fanno a raggiungerlo.

Poco distante dal labirinto c'è l'Esedra, una struttura monumentale con sei lati concavi che si trova all'incrocio di sei viali e ne è il centro prospettico. Due di questi viali sono coperti da archi di Wisteria tanto da sembrare dei tunnel e in primavera è davvero piacevole camminare sotto una cascata di profumatissimi fiori azzurri e lilla.
Peccato che quattro anni fa, l'ultima volta che ho visitato Villa Pisani, non sia stato possibile salire sulla terrazza dell'Esedra e non so se fosse chiusa solo in quel periodo o se adesso non sia più accessibile; per fortuna lassù c'ero stato molti anni fa, quando era ancora fruibile.

Allontanandosi ancora un po' dalla villa in direzione delle scuderie e parallelamente alla lunga piscina, si arriva alla curiosa "Coffee House", luogo dove nelle calde estati i villeggianti potevano trovare refrigerio perchè costruita sulla sommità della collinetta artificiale che nasconde una delle ghiacciaie della villa; da una grata nel pavimento l'aria fresca della ghiacciaia saliva nella piccola costruzione dalle ampie vetrate panoramiche.
La seconda ghiacciaia si trova in fondo al parco, sul lato occidentale, ben nascosta all'ombra degli alberi e poco distante dalle scuderie.

Camminando ancora lungo i viali alberati si arriva all'Orangerie, che non ha certo la grandezza, la struttura ricercata e la bellezza di quella di Versailles, ma in estate il profumo delle zagare è un vero piacere per l'olfatto.

Ancora un po' di cammino e si arriva alle scuderie, che rispetto alla villa si trovano al lato opposto del parco e alla fine della piscina che lo attraversa. Da qui si può godere del bellissimo colpo d'occhio prospettico parco - piscina - villa.
Deliberatamente non ho parlato della villa e delle sue sale, perchè sono talmente belle che voglio lasciare a chi vorrà visitarle il piacere di scoprirle.

Segnalo da ultimo una "chicca", di solito negletta perchè troppo vicina a un monumento grandioso come Villa Pisani che la mette in ombra.
Si tratta di Villa Foscarini Rossi (link 1) (link 2), che si trova a poco più di 500 metri di strada dall'ingresso di Villa Pisani, in direzione di Stra.
Al di là della sua bellezza dal punto di vista architettonico, una visita a Villa Foscarini Rossi sarà molto apprezzata dalle signore (e da qualche maschio feticista...) perchè è sede del Museo della Scarpa e ospita una mostra permanente di scarpe femminili disegnate dai più grandi e noti stilisti.

Dopo la villa, bisogna senz'altro visitare la Foresteria (chiamata anche "Barchessa" e visibile nelle foto alle pagine indicate più sopra) che personalmente trovo perfino più interessante della villa stessa, il cui salone dalle ragguardevoli dimensioni - di fatto occupa per intero il piano terra - è decorato da pregevoli affreschi di Domenico de Bruni.
Io ci sono stato in un giorno feriale quando non c'era nessun altro e ho potuto soffermarmi senza alcuna fretta a osservarlo per bene. Era una caldissima giornata di luglio e nel salone l'aria era fresca e gradevole; un po' stanco per le camminate fatte in precedenza a Villa Pisani, mi sono seduto a terra al centro del salone e sono stato almeno mezz'ora a riposarmi osservando con calma ogni dettaglio degli affreschi trompe-l'œil alle pareti e quelli sul soffitto.

Una curiosità: al di sotto del salone ci sono le cantine e le antiche travi di legno che sorreggono il pavimento sono piuttosto lunghe a causa delle grandi dimensioni dell'ambiente; ebbene, quando qualcuno camminava attraverso il salone io, seduto a terra, potevo percepire le vibrazioni abbastanza intense del pavimento dovute alla flessione delle travi sottostanti. Devo dire che faceva un po' impressione sentire il pavimento vibrare sotto il peso di passi nemmeno troppo pesanti, ma forse è proprio questa flessibilità strutturale ad averci consegnato intatto dopo secoli un ambiente di siffatta bellezza.

Se le visite a Villa Pisani e Villa Foscarini Rossi dovessero aver stuzzicato l'appetito, ancora un po' di strada e si arriva a Stra, in Piazza Marconi 58: lì c'è l'Osteria del Baccalà (link) e il nome la dice lunga su ciò che si troverà nel menù.
Il locale è piccolo, accogliente e tranquillo, l'atmosfera è rustica e famigliare, il cibo (soprattutto il baccalà) è davvero ottimo e la famiglia che gestisce l'osteria è molto gentile e disponibile.


Villa Pisani vista dalle scuderie.
Fontana.
Villa Foscarini Rossi - Foresteria: particolare dell'affresco sulla parete est.
Villa Foscarini Rossi - Foresteria: particolare degli affreschi trompe-l'œil fra parete e soffitto.

Villa Foscarini Rossi - Foresteria: affresco del soffitto.