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lunedì 31 gennaio 2011

House Of Stairs.

Avevo citato "House Of Stairs" rispondendo al commento di Mamma Umiltà su Escher (link); è una delle opere in cui il grande artista olandese ci mostra il sovvertimento della prospettiva con risultati notevoli, come sempre quando si parla di Escher.
Fare di questo capolavoro l'espressione metaforica dei dubbi di un (allora) ventenne sulle cose della vita e del mondo può forse apparire ardito, ma spero non blasfemo...



House Of Stairs (M. C. Escher, 1951)


Ovunque lo sguardo cada
s’invischia in miriadi
di prospettive differenti
– miraggi ansiosi –
creati per confondere
l’occhio.

Pensieri e dubbi si trascinano
come patetici millepiedi
su e giù lungo scale
– sempre le stesse –
che li riportano
al punto di partenza.

Ma quale, mi chiedo,
è il giusto punto di vista?
Posso forse convincermi
di non sbagliare ottica?

No, nulla è sicuro
nella Casa Delle Scale,
Dominio Degli Enigmi.

Dieci scudi d’oro
per una certezza.

E la mia anima
per una verità.




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giovedì 27 gennaio 2011

Commenti.

Un amico mi ha appena detto di aver commentato uno dei miei interventi e che il suo commento non è ancora visibile.
Io dalla pagina di controllo del blog non vedo nessun commento da moderare, quindi qualcosa dev'essere andato storto nell'inoltro.

Per adesso toglierò la moderazione ai commenti, che dovrebbero apparire immediatamente.
Qualora si verificassero altri disguidi invito chi mi legge a segnalarmi il problema.
Grazie a tutti per la collaborazione.

mercoledì 26 gennaio 2011

La borsa... reale.

Ci sono cose a cui nessuno bada perchè le si danno per scontate, ma a ben guardare in certi casi sono dei veri e propri misteri inspiegabili.

Nessuno presta più di tanta attenzione al fatto che una donna vada in giro con la borsa perchè tutte le donne ce l'hanno: è normale che sia così, se si pensa alla quantità di oggetti che vi devono metter dentro. 
Piuttosto non si capisce come mai non esista un analogo accessorio per gli uomini, dal momento che - a parte un breve periodo negli anni '70 in cui apparve il mitico "borsello" - per noi uomini non è prevista nessuna collocazione diversa dalle tasche di pantaloni e/o giacche per chiavi di casa, chiavi della macchina, cellulare, astuccio degli occhiali, portafogli, sigarette, accendino, caramelle e chewing gum, fazzoletti e ogni altra cosa che ognuno di noi si porta dietro. Eppure ogni uomo sa quanto sia difficile e scomodo ficcarsi in tasca la mole di oggetti di cui abbiamo bisogno durante la giornata: ma perchè dobbiamo sempre avere le tasche gonfie come le guance dei criceti?!?

Per la verità negli ultimi anni qualcosa di simile al borsello è riapparso nelle pelletterie, ma solo un numero ristretto di uomini usa questi accessori: sembra che sia impossibile separare la borsa per uomo da quell'aura di ambiguità sessuale e scarsa o nulla virilità che, a partire dalla sua apparizione negli anni '70, la vulgata ha sempre attribuito al borsello e per estensione ai maschi che ne fanno uso.
A volte gli uomini sono davvero stupidi: non ci sarebbe nulla di male o di disdicevole a usare un accessorio comodo e funzionale per svuotare le tasche, eppure preferiscono avere due sacchi di cianfrusaglie perennemente appesi ai lati delle gambe pur di non veder messa in dubbio la loro mascolinità...
Chissà, forse un giorno noi maschi capiremo finalmente che la virilità e la mascolinità non dipendono certo dal fatto che si usi o no un determinato accessorio.

Tornando a quanto ho scritto all'inizio, diamo per scontato che una donna abbia una borsa e sappiamo perchè ce l'ha, quindi non ci facciamo caso.
Eppure c'è una donna in particolare la cui borsetta suscita la mia curiosità perchè non riesco proprio a immaginare cosa mai possa metterci dentro: questa donna è la regina Elisabetta II.

Ogni volta che la vedo con quei suoi abiti dal taglio senza tempo, dai colori improbabili, al di fuori di qualsiasi stile e moda, con quei suoi cappellini più buffi che eleganti e con la borsetta sempre perfettamente intonata alle scarpe capisco che su sei miliardi di persone al mondo quello stile appartiene solo a lei e che solo lei può permetterselo senza scatenare l'ilarità. Ma ogni volta non riesco a fare a meno di chiedermi se la regina Elisabetta tenga in mano la borsa perchè una donna deve tenere in mano una borsa o se davvero ne abbia bisogno...

Non credo che ci tenga le chiavi di Buckingham Palace, del castello di Windsor o di quello di Balmoral.
Sono ragionevolmente certo che nella reale borsetta non vi sia nemmeno il cellulare, che probabilmente la sovrana nemmeno ha: lei non è tenuta a essere reperibile in ogni momento, ma semmai si aspetta che gli altri siano a sua disposizione 24 ore su 24.
Di sicuro non ci tiene nemmeno cipria, rossetto, penna, mentine e agenda; escluderei anche che ci tenga i documenti e il codice fiscale, mentre mi rifiuto anche solo di pensare che sua maestà britannica metta nella borsetta denaro, carta di credito, bancomat e blocchetto degli assegni.

Insomma, giusto per oziosa curiosità: qualcuno ha idea di cosa diavolo possa mai tenere la regina Elisabetta in quelle sue borse sempre perfettamente intonate alle scarpe?!?

venerdì 21 gennaio 2011

La Primavera.

Dopo la "Nascita di Venere" (link), un altro dipinto straordinario di Botticelli è "La Primavera", che ha molti tratti in comune con il capolavoro di cui ho parlato il 21 dicembre scorso e che, come l'altro, si trova alla Galleria degli Uffizi di Firenze.

Questo quadro mi è familiare da sempre perchè mia nonna ne aveva una riproduzione appesa alla parete della camera da letto, dunque lo vedevo ogni volta che andavo a trovarla. Forse anche in questo caso - come per Dante Alighieri - devo aver ricevuto una qualche forma d'imprinting che mi fa particolarmente apprezzare la pittura di Botticelli.
Lascio a chi è più qualificato di me il compito di parlare e spiegare questo quadro.


Filmato ad alta risoluzione, consiglio la visione a schermo intero.

lunedì 17 gennaio 2011

Relax.

Esistono diversi modi per comunicare: alcuni hanno bisogno della parola, altri più diretti non ne hanno bisogno e sono questi ultimi che ci coinvolgono di più, che ci danno emozioni uniche e non ottenibili con la mediazione del linguaggio.
La musica arriva al nostro... inconscio? spirito? anima? in maniera diretta ed è per questo motivo che c'influenza tanto.

A seconda del genere, della tonalità, del ritmo e del contesto in cui la si ascolta, la musica può fare aumentare o diminuire il battito cardiaco e la frequenza del respiro, può indurre tranquillità o eccitazione.
In certi casi la musica può indurre l'ansia, che in persone predisposte può arrivare fino alla paura. Le colonne sonore dei thriller sono strutturate in modo tale da suscitare nel pubblico l'attesa dell'evento spaventoso.
All'interno di un film che deve spaventare il pubblico, una musica che in altri contesti giudicheremmo "tranquilla" può diventare assai più ansiogena di quelle composte ad hoc, se collegata a scene truci: chiunque abbia visto il film "Profondo Rosso" di Dario Argento non potrà certamente ascoltare l'innocente ritornello cantato da una voce di bambino senza considerarlo quantomeno poco rassicurante, soprattutto se dovesse sentirlo di notte, in un sotterraneo o in un lungo corridoio deserto scarsamente illuminato... in questo caso il brivido lungo la schiena è assicurato. Ci comportiamo esattamente come i famosi cani di Pavlov, confermandone la teoria del riflesso condizionato.


Meglio ascoltare un altro genere di musica, quella che abbassa la frequenza del battito cardiaco e del respiro, quella che ci aiuta a rilassarci e che possiamo anche tenere come sottofondo non invadente mentre ci occupiamo di altre cose.
Il genere musicale che io trovo particolarmente adatto a questo scopo è la musica celtica. Il ritmo lento, le voci delicate e le melodie circolari, ipnotiche di queste musiche ascoltate in un ambiente tranquillo, con una luce attenuata e possibilmente sulle tonalità del verde o dell'azzurro stando comodamente sdraiati su una chaise-longue, sono secondo me l'ideale per lasciarsi alle spalle lo stress della giornata... o per iniziare la settimana nel modo giusto.






venerdì 14 gennaio 2011

Mille e una notte.

Il Castello di Sammezzano (Reggello - FI), splendido ma soprattutto unico esempio di architettura moresca presente in Italia, sta andando in malora per l'incuria e il totale abbandono in cui versa da decenni. 
È uno dei tanti, preziosissimi gioielli del patrimonio architettonico italiano che, nella migliore tradizione della nostra piccola e provinciale Italietta, viene lasciato andare a peripatetiche; mi si perdoni il francesismo (o meglio il grecismo...) ma davanti allo scempio di un monumento così straordinario e all'insipienza di chi dovrebbe non solo prendersene cura ma valorizzarlo e renderlo fruibile al pubblico, non riesco a non indignarmi e non posso fare a meno di usare espressioni veementi.

Il nucleo originario fu edificato in epoca medioevale, ma la riprogettazione che ha fatto del Castello di Sammezzano un esempio di architettura moresca che in Italia non ha eguali risale agli anni fra il 1843 e il 1889 a opera di Ferdinando Panciatichi Ximenes d’Aragona, il proprietario del castello.
Questo eclettico nobiluomo con la passione per l'orientalismo e per l'architettura trasformò il castello in una piccola Alhambra in terra di Toscana. Alcuni ambienti del castello sono assai simili a quelli della famosissima cittadella araba costruita sulle colline di Granada: vi si trovano arabeschi e geometrie policrome, cupole di stalattiti, volte a ventaglio, stucchi bianchi, ceramiche, sale con file di colonne, logge nascoste da gelosie e perfino una porta al di sopra della quale incombe la scritta "Non plus ultra" a segnare il limite fra la parte pubblica del serraglio e l'harem.

Il castello non è l'unico tesoro di Sammezzano; c'è anche un vastissimo parco, uno dei più grandi della Toscana, che accoglie alcune essenze molto rare; le più interessanti sono una cinquantina di sequoie adulte alte più di 35 metri.

Fa davvero tristezza sapere che un monumento di siffatta e rara bellezza sta andando in rovina per scelta deliberata della proprietà e per la colpevole ignavia delle autorità preposte alla conservazione del partimonio artistico e architettonico; per cercare di limitare i danni, alla fine degli anni '90 è stato sistemato alla bell'e meglio il tetto e cinque anni fa tutte le porte di accesso al castello sono state murate. Ora è derelitto.
Sembra che Vittorio Sgarbi abbia preso a cuore la sorte del Castello di Sammezzano; io spero che riesca a fare qualcosa prima che sia troppo tardi: gl'interni sono ancora in buone condizioni, sarebbe criminale permettere il perimento di un simile tesoro.

Questo è il link a una pagina con una descrizione e 50 immagini, mentre questo è il link a un ampio album fotografico nella pagina Facebook del Castello di Sammezzano.
Le foto qui sotto sono tratte dal web e il copyright appartiene al loro autore.







lunedì 10 gennaio 2011

"Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende"

«Canto quinto, nel quale mostra del secondo cerchio de l'inferno, e tratta de la pena del vizio de la lussuria ne la persona di più famosi gentili uomini.»

Nel quinto Canto dell'Inferno, Dante e Virgilio scendono nel Cerchio II, quello dei "peccator carnali", i lussuriosi.
È uno dei Canti più noti perchè fra gli altri "spirti" Dante incontra quelli di Paolo Malatesta e Francesca da Polenta, i famosi e sfortunati amanti che pagarono con la morte la debolezza di aver ceduto alla passione.
Oltre che per la sua bellezza, il castello di Gradara (PU) è meta di molti visitatori anche grazie a questa citazione di Dante.


Gradara - Ingresso al castello.



sabato 8 gennaio 2011

400 metri piani o jogging al parco?

Sembra facile trovare ogni giorno qualcosa di cui parlare... e probabilmente è facile per chi ha la chiacchiera facile. Io sono più incline all'ascolto che alla chiacchiera e questo è un problema.

Non basta tuttavia trovare ogni giorno qualcosa di cui parlare: io vorrei anche che questo qualcosa fosse interessante, vorrei suscitare in chi mi legge la curiosità per gli argomenti che tratto e vorrei proporre cose che gratifichino chi mi segue, siano esse poesia, musica, luoghi da visitare, siti web, capolavori artistici eccetera.

Quando un mese fa ho dato vita a questo blog avevo diverse idee e scrivere un intervento al giorno è stato abbastanza semplice. Da allora ho trattato 28 di quelle idee... e mi duole ammettere che le mie idee non possono essere infinite, volendo con un (bel) po' di presunzione mantenere un livello qualitativo almeno decente.

Per usare una similitudine sportiva, in questo primo mese ho corso i 400 metri piani e non essendo un atleta comincio a essere in debito di ossigeno.
Mi sembra opportuno rallentare il passo a un livello che sia adeguato alle mie capacità e dunque è opportuno che io esca dalla pista di atletica per tornare a fare jogging al parco.

Questo blog dev'essere un piacere sia per me che scrivo, sia per chi legge; non voglio sentirmi costretto a dover trovare tutti i giorni e per forza qualcosa di cui parlare perchè inevitabilmente finirei per scrivere cose poco interessanti. Finirei anche per detestare questa "incombenza" e non voglio che questo accada.
Per i motivi che ho appena spiegato da oggi diraderò la frequenza dei miei interventi; non scriverò più un post al giorno ma ne pubblicherò uno a settimana.

Se poi qualcuno volesse lasciare qualche commento e/o interagire con me, tanto meglio: sono convinto che il dialogo sia più stimolante e interessante che parlare a sè stessi.
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Ieri, parlando del film Koyaanisqatsi, dicevo di aver scoperto in rete dei filmati interessanti che me lo avevano fatto ricordare. Propongo due di questi filmati e suggerisco di guardarli a schermo intero perchè sono di ottima qualità.
Il primo s'intitola "Sky" ed è stato girato con la tecnica del 'Time-lapse' (link) a Dubai: in 4 minuti e 25 secondi ci mostra ciò che accade in cinque giorni e cinque notti in diverse zone di Dubai.
Il secondo s'intitola "Hayaku", è stato con la stessa tecnica e in 8 minuti riassume un viaggio attraverso il Giappone.
Buon week-end a tutti.





venerdì 7 gennaio 2011

Koyaanisqatsi

"Koyaanisqatsi", in lingua Hopi, significa "vita squilibrata" ed è il titolo di un film-documentario diretto da Godfrey Reggio che uscì nel 1982.

Il regista inizia mostrandoci immagini della natura e man mano che il film procede ci fa vedere come l'uomo la pieghi a sè stesso e la modifichi in modo irreversibile. Le riprese rallentate o velocizzate rendono più efficaci e suggestive le immagini, mentre l'assenza di dialoghi - sostituiti dalla coinvolgente colonna sonora di Philip Glass - non distrae lo spettatore da ciò che vede. 

Dopo un po' si ha l'impressione di osservare un altro mondo, la tecnica del "timelapse" (riprese accelerate) applicata alle immagini delle folle che si muovono nelle metropoli le fa sembrare delle formiche in un formicaio e si comprende come la vita degl'insetti e quella dell'Homo Sapiens non siano poi così diverse, anche se noi nella nostra umanissima presunzione pensiamo di essere speciali nell'universo... al punto di essere l'immagine stessa di Dio.

Godfrey Reggio ha fatto due sequels di Koyaanisqatsi: nel 1988 uscì "Powaqqatsi" (in lingua Hopi significa "vita che consuma la vita degli altri), che mostra la diversa concezione del lavoro nel mondo sviluppato e in quello più arretrato; infine nel 2002 fu la volta di "Naqoyqatsi" (cioè "vita in guerra") in cui Reggio esplora l'evoluzione del linguaggio, il capitalismo e la velocità che caratterizza la nostra epoca, concludendo che l'uono sta distruggendo sè stesso. Tutti insieme questi film formano la cosiddetta "Trilogia Qatsi".
Come sempre succede in questi casi, il film più bello è il primo; i successivi non sorprendono più, sono prevedibili.

Ho parlato di questo film perchè all'epoca lo trovai molto coinvolgente, ma anche perchè ho scoperto in rete dei filmati che me lo hanno fatto ricordare, filmati di elevata qualità video che giudico particolarmente belli e interessanti e che proporrò prossimamente.

Su Youtube ci sono tutti e tre i films della trilogia Qatsi.
"Koyaanisqatsi" è diviso in nove spezzoni di 10 minuti l'uno. Chi fosse interessato a vederli può cliccare questi links:
Parte 1
Parte 2
Parte 3
Parte 4
Parte 5
Parte 6
Parte 7
Parte 8
Parte 9

mercoledì 5 gennaio 2011

Maurits Cornelis Escher.


Davanti a molte delle opere di Escher, la prima cosa che a me invariabilmente viene in mente è "Ma come ha fatto?!?"
Le sue figure incastrate, le cosiddette "tassellature" (link), sono straordinarie per la perizia che occorre per disegnarle e geniali per gli accostamenti di opposti nella scelta delle figure: angeli e diavoli, pesci e uccelli, pesci e insetti oppure solo lucertole, sagome incastrate con il loro negativo o anche un numero elevato di figure diverse, tutte perfettamente accostate a formare un puzzle. Alla tecnica della tassellatura Escher unisce spesso anche quella dei frattali, tanto per complicarsi un po' la vita...
Pare che per sviluppare la tecnica della tassellatura si sia ispirato alle decorazioni dell'Alhambra, la famosa e bellissima cittadella costruita a Granada dai sovrani arabi che ressero la Spagna dall'8° secolo fino alla loro definitiva cacciata nel 1492 da parte di Isabella di Castiglia e Ferdinando d'Aragona.

Tassellatura dell'Alhambra, Granada.
L'opera più imponente è la famosa "Metamorphose", una striscia di 20 centimetri di altezza che si sviluppa per ben 4 metri in cui l'artista riesce a mettere davvero di tutto fondendo le immagini in una sorprendente metamorfosi per tornare infine al disegno iniziale, la scritta "Metamorphose", appunto.
Ma ciò che davvero lascia a bocca aperta di Escher sono le prospettive impossibili, gli edifici che non possono esistere. Davvero geniali.

Più che parlare di Escher è meglio guardare le sue opere, perchè a parole è impossibile anche solo darne un'idea. Le immagini qui sotto sono tutte cliccabili per vederle più grandi.

Segnalo da ultimo che circa una quindicina di anni fa era in circolazione un pacchetto software (girava su Windows 3.11, parliamo dunque di preistoria informatica...) che conteneva tutte le opere di Escher e in più un programma per creare i propri disegni con il metodo della tassellatura.
Naturalmente non resistetti alla tentazione di comprarlo ed era divertentissimo giocare a creare nuove geometrie. Peccato che sui computer attuali, molto più evoluti sia come macchine che come sistemi operativi, quel programma sia del tutto inutilizzabile: non gira.
E lo chiamano progresso...














lunedì 3 gennaio 2011

La follia.

Il tema noto come "La Follia" (anche detto "La follia di Spagna") è una delle musiche più antiche conosciute in Europa.

Anche se le prime pubblicazioni risalgono alla metà del 17° secolo, la progressione di accordi da cui si sviluppa si diffuse più o meno contemporaneamente in diversi Paesi fra la fine del 15° e l'inizio del 16° secolo.

Si può quindi dire che sia stato il primo brano ad avere notorietà su scala globale, almeno per l'epoca. A parte gli oltre 150 musicisti che nei secoli hanno fatto proprio questo tema, esistono musiche della tradizione africana, canaria e brasiliana riconducibili alla "Follia".

Il tema si sviluppa su sedici battute nella tonalità del re minore e alcuni musicologi ipotizzano che abbia avuto una simile diffusione continentale perchè questa linea armonica si presta particolarmente all'improvvisazione melodica.

Dato l'elevato numero di musicisti che hanno composto variazioni su questo tema (fra gli altri Scarlatti, Vivaldi, Geminiani, Corelli, Liszt, Bach, Salieri e perfino Rachmaninov), ci sono versioni della "Follia" per orchestra, per strumenti singoli e per due o più strumenti.
Personalmente preferisco le versioni per clavicembalo solo, per archi e clavicembalo e per organo.