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lunedì 26 settembre 2011

"Un grand' avello, ov' io vidi una scritta che dicea: “Anastasio papa guardo, lo qual trasse Fotin de la via dritta”"

«Canto undecimo, nel quale tratta de' tre cerchi disotto d'inferno, e distingue de le genti che dentro vi sono punite, e che quivi più che altrove; e solve una questione.»

Dopo aver meditato con la "Lettera Sulla Felicità" di Epicuro, ridiscendiamo agl'Inferi. 
Siamo ancora nel Sesto Cerchio, dove proprio Epicuro e gli eretici subiscono il supplizio eterno; qui Dante e Virgilio incontrano l'avello di un altro eretico, papa Anastasio II, posto in questo Cerchio per aver tentato di accordarsi con il patriarcato di Costantinopoli che si trovava in rotta di collisione con la Chiesa cattolica dopo aver iniziato l'eresia monofisita.
Di seguito Virgilio spiega a Dante cosa troveranno nei tre Gironi del Settimo Cerchio che si accingono ad attraversare; non succede molto altro in questo Canto, nessun incontro con gli spiriti di trapassati celebri.

Se mi si concede una divagazione, proprio ieri papa Benedetto XVI ha affermato che sono più vicini a Dio gli agnostici che cercano risposte di quanto lo siano quei "buoni cristiani" che vanno a messa per convenzione ma senza convinzione e di quelli che proclamano la loro cristianità con le parole e gli slogan ma la negano e fanno il contrario con le azioni.
Bene, molto bene: è una bellissima notizia!
Allora ciò che dicevo alla fine dell'intervento intitolato "Se la fede è un dono, grazie a Dio io non l'ho avuto" è vero, è il Papa stesso ad affermarlo: se esistono un Dio e un Paradiso è più probabile che li veda e ci vada io anzichè tanti politici (e i loro seguaci) un po' confusi che si ergono a baluardi del cattolicesimo contro presunte invasioni di altre fedi ma adorano a un tempo sia il Dio cattolico che presunte divinità fluviali in onore delle quali s'inventano bizzarre cerimonie pagane a base di ampolle d'acqua raccolte qui e versate là, o quel politico (ora ministro) che giusto 13 anni fa impalmò la sua sposa non in una chiesa con il sacramento del matrimonio cattolico, ma con un non meglio codificato "matrimonio celtico" officiato dal Sindaco in veste di Druido pro-tempore... per tacere di quel sottosegretario che professa una sana e robusta osservanza cattolica e che è sempre il primo, con la sua faccia arcigna, a strepere e a mettersi di traverso se qualcuno in Parlamento s'azzarda a ipotizzare di estendere i diritti delle coppie sposate alle coppie di fatto, come se concedere dei diritti a qualcuno significasse limitarli ad altri e la famiglia - anzichè la cellula sociale di base nata qualche millennio prima che fosse codificata dalle leggi e/o dalle religioni attuali - fosse un'entità estremamente fragile che tende a dissolversi per un nonnulla e che dunque necessita di puntelli e muraglie altissime a sua difesa e protezione.

Sarà un piacere vedere, come ha spiegato ieri il Papa citando le parole di Gesù Cristo, prostitute e pubblicani passare davanti ai "fedeli di routine" (ipse dixit) ed entrare nella Gerusalemme Celeste molto, molto prima di questi personaggi...


domenica 18 settembre 2011

Primum vivere, deinde philosophari.

In un mondo, una società, un momento storico e una congiuntura in cui - a sentire i dialoghi non di Platone, ma quelli degl'italiani la mattina, al bar, davanti al caffè - sembra che la peggiore catastrofe che possa abbattersi sui cittadini sia lo sciopero dei calciatori di Serie A, può sembrare pesante parlare di filosofia.

Certo, è più semplice accapigliarsi per un rigore o per un fuorigioco... ma sono certo che almeno a qualcuno, in questo Paese, sia rimasta non solo la capacità ma anche la voglia di pensare, cosa che non è necessaria di prima mattina, al bar, per litigar di calcio.
Non si offenda il lettore tifoso: io appartengo alla esigua schiera di maschi italiani dotati di una naturale e totale immunità al virus del calcio, il chè spiega la mia posizione critica verso chi mostra un qualche barlume di passione solo per lo sport della pedata e si disinteressa nel modo più assoluto della "res pubblica".

Oggi abbiamo ormai tutti di che vivere, dunque ogni tanto sarebbe opportuno filosofare. 
Per meditare un po' ho scelto un testo di Epicuro assai noto: la "Lettera a Meneceo", più nota come "Lettera Sulla Felicità". Buona lettura.



Lettera Sulla Felicità
di Epicuro


Meneceo,
non si è mai troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità. A qualsiasi età è bello occuparsi del benessere dell'anima. Chi sostiene che non è ancora giunto il momento di dedicarsi alla conoscenza di essa, o che ormai è troppo tardi, è come se andasse dicendo che non è ancora il momento di essere felice, o che ormai è passata l'età. Da giovani come da vecchi è giusto che noi ci dedichiamo a conoscere la felicità. Per sentirci sempre giovani quando saremo avanti con gli anni in virtù del grato ricordo della felicità avuta in passato, e da giovani, irrobustiti in essa, per prepararci a non temere l'avvenire. Cerchiamo di conoscere allora le cose che fanno la felicità, perché quando essa c'è tutto abbiamo, altrimenti tutto facciamo per averla.

Pratica e medita le cose che ti ho sempre raccomandato: sono fondamentali per una vita felice. Prima di tutto considera l'essenza del divino materia eterna e felice, come rettamente suggerisce la nozione di divinità che ci è innata. Non attribuire alla divinità niente che sia diverso dal sempre vivente o contrario a tutto ciò che è felice, vedi sempre in essa lo stato eterno congiunto alla felicità. Gli dei esistono, è evidente a tutti, ma non sono come crede la gente comune, la quale è portata a tradire sempre la nozione innata che ne ha. Perciò non è irreligioso chi rifiuta la religione popolare, ma colui che i giudizi del popolo attribuisce alla divinità.

Tali giudizi, che non ascoltano le nozioni ancestrali, innate, sono opinioni false. A seconda di come si pensa che gli dei siano, possono venire da loro le più grandi sofferenze come i beni più splendidi. Ma noi sappiamo che essi sono perfettamente felici, riconoscono i loro simili, e chi non è tale lo considerano estraneo. Poi abituati a pensare che la morte non costituisce nulla per noi, dal momento che il godere e il soffrire sono entrambi nel sentire, e la morte altro non è che la sua assenza. L'esatta coscienza che la morte non significa nulla per noi rende godibile la mortalità della vita, togliendo l'ingannevole desiderio dell'immortalità.

Non esiste nulla di terribile nella vita per chi davvero sappia che nulla c'è da temere nel non vivere più. Perciò è sciocco chi sostiene di aver paura della morte, non tanto perché il suo arrivo lo farà soffrire, ma in quanto l'affligge la sua continua attesa. Ciò che una volta presente non ci turba, stoltamente atteso ci fa impazzire. La morte, il più atroce dunque di tutti i mali, non esiste per noi. Quando noi viviamo la morte non c'è, quando c'è lei non ci siamo noi. Non è nulla né per i vivi né per i morti. Per i vivi non c'è, i morti non sono più. Invece la gente ora fugge la morte come il peggior male, ora la invoca come requie ai mali che vive.

Il vero saggio, come non gli dispiace vivere, così non teme di non vivere più. La vita per lui non è un male, né è un male il non vivere. Ma come dei cibi sceglie i migliori, non la quantità, così non il tempo più lungo si gode, ma il più dolce. Chi ammonisce poi il giovane a vivere bene e il vecchio a ben morire è stolto non solo per la dolcezza che c'è sempre nella vita, anche da vecchi, ma perché una sola è l'arte del ben vivere e del ben morire. Ancora peggio chi va dicendo: bello non essere mai nato, ma, nato, al più presto varcare la porta dell' Ade.

Se è così convinto perché non se ne va da questo mondo? Nessuno glielo vieta se è veramente il suo desiderio. Invece se lo dice così per dire fa meglio a cambiare argomento. Ricordiamoci poi che il futuro non è del tutto nostro, ma neanche del tutto non nostro. Solo così possiamo non aspettarci che assolutamente s'avveri, né allo stesso modo disperare del contrario. Così pure teniamo presente che per quanto riguarda i desideri, solo alcuni sono naturali, altri sono inutili, e fra i naturali solo alcuni quelli proprio necessari, altri naturali soltanto. Ma fra i necessari certi sono fondamentali per la felicità, altri per il benessere fisico, altri per la stessa vita.

Una ferma conoscenza dei desideri fa ricondurre ogni scelta o rifiuto al benessere del corpo e alla perfetta serenità dell'animo, perché questo è il compito della vita felice, a questo noi indirizziamo ogni nostra azione, al fine di allontanarci dalla sofferenza e dall'ansia. Una volta raggiunto questo stato ogni bufera interna cessa, perché il nostro organismo vitale non è più bisognoso di alcuna cosa, altro non deve cercare per il bene dell'animo e del corpo. Infatti proviamo bisogno del piacere quando soffriamo per la mancanza di esso. Quando invece non soffriamo non ne abbiamo bisogno.

Per questo noi riteniamo il piacere principio e fine della vita felice, perché lo abbiamo riconosciuto bene primo e a noi congenito. Ad esso ci ispiriamo per ogni atto di scelta o di rifiuto, e scegliamo ogni bene in base al sentimento del piacere e del dolore. E' bene primario e naturale per noi, per questo non scegliamo ogni piacere. Talvolta conviene tralasciarne alcuni da cui può venirci più male che bene, e giudicare alcune sofferenze preferibili ai piaceri stessi se un piacere più grande possiamo provare dopo averle sopportate a lungo. Ogni piacere dunque è bene per sua intima natura, ma noi non li scegliamo tutti. Allo stesso modo ogni dolore è male, ma non tutti sono sempre da fuggire.

Bisogna giudicare gli uni e gli altri in base alla considerazione degli utili e dei danni. Certe volte sperimentiamo che il bene si rivela per noi un male, invece il male un bene. Consideriamo inoltre una gran cosa l'indipendenza dai bisogni non perché sempre ci si debba accontentare del poco, ma per godere anche di questo poco se ci capita di non avere molto, convinti come siamo che l'abbondanza si gode con più dolcezza se meno da essa dipendiamo. In fondo ciò che veramente serve non è difficile a trovarsi, l'inutile è difficile.


domenica 11 settembre 2011

11 settembre, 2001 ~ 2011.

Ci sono eventi talmente grandi - o talmente impossibili da metabolizzare - che rimangono impressi nella memoria di ogni persona, segnano un solco incolmabile fra il "prima" e il "dopo" l'evento e dopo nulla è più come prima.
La cosa più impressionante è che fra i ricordi non rimane impresso per sempre solo l'evento epocale, ma con esso si cristallizza nella memoria anche la nostra vita: a distanza di anni, di decenni, ci ricordiamo esattamente dov'eravamo e cosa stavamo facendo nel momento in cui abbiamo appreso la notizia dell'evento che cambia il mondo.

Il 3 giugno 1963 avevo quattro anni, dunque ero troppo piccolo per sapere chi fosse Giovanni XXIII e per sapere chi fosse il papa. Ho tuttavia un ricordo straordinariamente vivido della sua morte: allora frequentavo un asilo gestito da suore e ricordo la loro disperazione per la morte del papa.
Il giorno dopo nessuna delle suore, che solitamente erano molto affettuose con noi bambini, aveva voglia di sorridere e ricordo perfettamente due delle suore che si occupavano di me piangere a dirotto, sconsolate. Per me le suore che piangevano in quel modo erano qualcosa di mai visto prima, non capivo cosa stesse succedendo intorno a me e mi spaventai molto.

Sei mesi dopo, il 22 novembre 1963, ero sempre troppo piccolo per sapere chi fosse John Fitzgerald Kennedy e quale fosse la portata storica del suo assassinio, però anche questo ricordo è indelebile nella mia memoria: ero in auto con i miei genitori, stavamo tornando a casa dopo aver fatto visita a mia nonna e ricordo perfettamente - come se l'avessi sentita poco fa - la voce di mio padre che, strada facendo, parlando con mia madre diceva "Hanno ammazzato Kennedy" e poco dopo "Kennedy è morto, chissà adesso cosa succede". 
Era lo sgomento nella sua voce, un tono che non avevo mai sentito prima, a turbarmi e nonostante fossi così piccolo capivo che stava succedendo qualcosa di talmente grande da spaventare mio padre... che a quell'età ogni bambino vede come una figura onnipotente e invincibile.

Con un salto di 18 anni si arriva al 1981 e alla strage della stazione di Bologna. Anche a questo evento posso collegare la mia vita perchè ricordo dov'ero, con chi, i commenti... tutto.

Infine l'11settembre 2001, che non è  un'iperbole definire il giorno che ha cambiato il mondo. Perfino più dei giorni in cui scoppiarono la prima e della seconda guerra mondiale.
Tutti ricordiamo benissimo quel pomeriggio perchè già la notizia di un doppio attentato compiuto lanciando degli aerei pieni di gente innocente contro due grattacieli in quella che nel mondo è conosciuta come "la" metropoli era un'enormità.
Alla notizia si aggiungevano le immagini che senza sosta passavano in televisione e che sembravano le sequenze di uno dei tanti films catastrofici che più o meno tutti abbiamo visto almeno una volta. Ma quello non era un film, quelli non erano effetti speciali: era tutto tragicamente vero... ed era tutto al di là dell'immaginabile.

Di quei giorni ricordiamo l'allarme su scala planetaria, il blocco mondiale del traffico aereo, le borse chiuse per una settimana, le ipotesi su cosa fosse veramente accaduto, la sequela di attentati in diverse parti del mondo perpetrati negli anni successivi, le guerre iniziate in nome della pace in diversi Paesi e non ancora finite... e dopo i ricordi collettivi ci sono i ricordi personali, le immagini di quelle ore che ognuno di noi si porta dentro perchè ci hanno colpito più di ogni altra fra quelle che in quei giorni e in questi anni ci sono state mostrate a profusione dai mezzi d'informazione.

L'immagine indelebile che io ho dell'11 settembre 2001 sono le brevissime ma agghiaccianti sequenze filmate - pochi secondi nella realtà ma che devono essere stati lunghi come un incubo per i protagonosti - in cui si vedono le persone intrappolate ai piani alti dei due grattacieli che in preda al terrore si lanciano nel vuoto scegliendo (chissà se e fino a che punto deliberatamente) la certezza di una fine relativamente rapida all'incubo del fuoco sempre più vicino... o dell'ignoto a cui stavano andando incontro.
Il ricordo di quelle persone che precipitando scalciavano, si agitavano, disegnavano figure nell'aria come se stessero disputando una tragica e mortale gara di tuffi dalla piattaforma o semplicemente si lasciavano caderere a braccia aperte come dei crocefissi, mi turba ancora oggi.
Chissà cosa passò nella loro mente, quali siano stati i loro pensieri e a chi avranno pensato durante quel volo durato l'eternità di pochi secondi... il mio stomaco si chiude ancora, se ci penso.

Ricordo poi la crudeltà con cui la sorte - ineluttabile - ha voluto a tutti i costi accanirsi contro un uomo e una donna di nazionalità dominicana che lavoravano al World Trade Center: si salvarono entrambi dagli attentati e dai crolli e stavano tornando nel loro Paese, lui per iniziare un nuovo lavoro e lei per andare a trovare i parenti.
Quale fosse il loro destino, però, era già scritto: morirono insieme ad altre 263 persone esattamente due mesi dopo, il 12 novembre 2001, quando l'Airbus A300 dell'American Airlines decollato dall'aeroporto Kennedy di New York che avrebbe dovuto riportarli a Santo Domingo precipitò nel Queens per un cedimento strutturale.


La loro sorte era di morire per causa di un aereo; si erano salvati la prima volta, ma la seconda volta il destino ha preteso le loro vite, non gli ha lasciato scampo... e mi torna in mente la canzone "Samarcanda" di Roberto Vecchioni:



Per ricordare le 2.974 vittime di quella tragedia è stato costruito un memoriale nel luogo che tutto il mondo conosce come "Ground Zero": un parco alberato e due fontane di forma quadrata, poste esattamente dove sorgevano le due torri crollate, entro cui l'acqua precipita dalle alte pareti.

Io, nel mio piccolo, per ricordare quel dramma e le migliaia di vittime innocenti, oltre a pubblicare questo intervento esattamente all'ora in cui 10 anni fa ebbe inizio il dramma segnalo qui sotto la cronologia dei fatti accaduti l'11 settembre 2001 e un collage con le foto di quasi tutte le vittime.
Riposino in pace.

 


domenica 4 settembre 2011

Figli di un dio minore.

Ricordo che quando avevo intorno ai 17~18 anni e notai che gli adulti mi davano sempre più spesso del "lei" anzichè del "tu", mi resi conto di essere (finalmente) diventato anche io adulto a tutti gli effetti e di essere (finalmente) riconosciuto come tale. Era una sensazione molto bella, che gratificava parecchio la mia autostima e mi faceva sentire non più adolescente, ma unus inter pares nella società.
La forma allocutiva di cortesia con cui gli altri si rivolgevano a me era indice di quel rispetto che si accorda alle persone che non si conoscono e con le quali non c'è la confidenza necessaria per passare al "tu", che tuttavia si usa comunemente con bambini e adolescenti anche sconosciuti.

Sfortunatamente per loro, a due categorie di persone la possibilità di sentirsi inter pares non già entrando nell'età adulta, ma in assoluto, è del tutto preclusa: mi riferisco ai disabili e agli stranieri, da sempre figli di un dio minore.

Chi mi legge, trovandosi in coda in un ufficio postale, all'USL, all'anagrafe, in banca, in un qualsiasi negozio o dovunque ci sia da aspettare il proprio turno, avrà senz'altro notato che raramente gl'impiegati, gli esercenti e i funzionari si rivolgono a disabili e stranieri con il "lei": evidentemente, ai loro occhi disabili e stranieri non sono dei pari a cui rivolgersi con il dovuto rispetto e nemmeno dei cittadini che con le tasse pagano il loro stipendio, ma restano sempre degl'inferiori a cui possono dare tranquillamente del "tu" senza che il Super-Io li faccia sentire quelle persone irrispettose e maleducate che in realtà sono.

Prestando attenzione a queste situazioni, ho notato che ci si rivolge con il "tu" a stranieri e disabili anche quando questi danno del "lei" a coloro che stanno dall'altra parte del bancone o dello sportello, i quali dal canto loro danno tranquillamente del "tu" anche a stranieri e disabili visibilmente assai più adulti senza avere il benchè minimo dubbio sulla inopportunità del loro atteggiamento.

Qualche distinzione fra i disabili viene però fatta: a un adulto con una mutilazione o su una sedia a ruote, così come a un cieco, si dà del "lei", mentre invece un sordomuto che ha difficoltà ad articolare le parole, uno spastico che si muove a scatti o chi è affetto da Trisomia 21 anche in forma lieve, è condannato a un'eterna fanciullezza che non prevede mai il diritto al rispetto suggellato dal "lei", neppure se hanno 60 anni e chi gli si rivolge ne ha la metà o anche meno.
Per la verità qualche distinzione si fa anche per gli stranieri: se sono turisti, danarosi e occidentali o giapponesi vengono serviti e riveriti, mentre se vivono in Italia, ci lavorano e vengono da Paesi classificati come sottosviluppati, la vulgata li vuole miserabili e come tali vengono trattati. Ci si stupisce quando si scopre che hanno una carta di credito o una macchina più grande di un'utilitaria e che che non sia vecchia di almeno 8 o 9 anni. In tal caso il retropensiero è: un immigrato extracomunitario non può avere tanti soldi e, se li ha, di sicuro non può averli guadagnati onestamente; costui è uno che delinque.

Questi stranieri non hanno alcuna chance: non sono mai riconosciuti come pari, dunque gli si dà del "tu" a qualsiasi età e quale che sia il lessico con cui si rivolgono agl'interlocutori.

Una volta, irritato dal tono sprezzante con cui un giovane impiegato di posta si rivolgeva a uno straniero di mezza età, gli chiesi perchè non gli desse del "lei" come faceva con tutti gli altri; la sua risposta - ancor più sprezzante - mi lasciò allibito: "Guardi che quelli lì capiscono solo il tu".
Insomma, i peggiori italiani sono convinti che gli stranieri di determinate nazionalità (e alcune categorie di disabili) siano dei poveri ignoranti - se non addirittura dei minus habentes - che non capiscono le sfumature della lingua italiana.

In certi casi può essere vero che l'italiano metta in difficoltà, soprattutto se si parla di stranieri residenti in Italia da poco tempo e con poca familiarità con la nostra difficilissima lingua... che del resto crea non pochi grattacapi anche a un numero rilevante di cittadini italiani, perfino a quelli eletti a far parte del Parlamento quando non si tratti addirittura di ministri: ricordo un'intervista in cui l'allora Ministro della Cultura noto per l'aspetto, i modi ieratici e il tono della voce che gli sono valsi il soprannome di "il frate", sbagliava clamorosamente i congiuntivi. Questa forma verbale è la bestia nera anche di un politico di lungo corso attualmente Capogruppo alla Camera dei Deputati di un grande partito: a dispetto della sua laurea in Giurisprudenza, che dovrebbe implicare un'ottima conoscenza della lingua italiana, non azzecca un congiuntivo nemmeno per sbaglio.

Tornando agli stranieri, se è comprensibile che chi è in Italia da poco tempo possa avere una conoscienza approssimativa della nostra lingua e tenda a semplificarla dando del tu a tutti (venendo ripagato allo stesso modo anzichè con il "lei" che potrebbe accelerare il corretto apprendimento della nostra lingua), è anche vero che chi sta qui da più tempo l'italiano lo conosce, comprende la differenza fra "tu" e "lei" e usa le due forme allocutive in modo appropriato.
Ora, se uno straniero si esprime con proprietà di linguaggio in un italiano formalmente abbastanza corretto e dà del "lei" a un esercente, a un impiegato o a un funzionario, non si capisce perchè quest'ultimo, massimamente se si tratta di un pubblico dipendente, non debba rivolgersi a un cittadino - ancorchè straniero - dandogli a sua volta del "lei". E non si capisce perchè ci si debba permettere di dare del "tu" a un disabile.
Si tratta di una mancanza di rispetto che non ha giustificazione: stranieri e disabili non sono sub-umani!

C'è anche chi si spinge ben oltre il "tu" nel dimostrare scarsa o nulla considerazione per gli stranieri.
Anni fa, mentre passeggiavo in centro, incontrai un amico africano di poco più giovane di me che vive in Italia da quasi 20 anni, parla un italiano formalmente molto corretto - congiuntivi inclusi - e con un lessico piuttosto esteso. Stava andando in un'agenzia di viaggi perchè doveva prenotare un volo per tornare nel suo Paese e da sua moglie che aveva appena partorito la loro prima figlia. Mi chiese di accompagnarlo, così nel frattempo avremmo fatto quattro chiacchiere e siccome non avevo altro da fare andammo insieme in agenzia. C'era gente, dovevamo aspettare un po' e continuammo a chiacchierare del più e del meno, seppure a bassa voce per non disturbare.
Quando fu giunto il suo turno, il mio amico si avvicinò all'impiegato e gli spiegò cosa voleva nel suo italiano perfetto e usando l'allocuzione di cortesia "lei"; io stavo dietro di lui a un metro di distanza. L'impiegato ascoltava lui, gli si rivolgeva con il "tu" e spesso lanciava occhiate verso di me mentre gli parlava; il suo atteggiamento m'irritava oltremodo, ma stavo zitto e in posizione arretrata; in fondo ero lì per caso.
Dopo un po' smise di rivolgersi a lui, di guardarlo e cominciò a chiedere a me i dettagli del volo e del pagamento, dandomi naturalmente del "lei". A quel punto non resistetti oltre e  sbottai: "Guardi che il cliente è il signore che ha di fronte, non io: è lui che le sta parlando, che le ha chiesto un volo e che si aspetta da lei delle risposte. Che c'entro io, che non ho aperto bocca? E poi: se questo signore le sta dando del "lei", perchè non fa altrettanto? Come si permette di dargli del "tu" dal momento che non lo conosce? Un minimo di educazione, diamine!"
L'impiegato farfugliò qualcosa d'incomprensibile e, con modi bruschi ma dandogli da quel momento del "lei", prenotò il volo al mio amico.

In accordo col pregiudizio diffuso, se un italiano e uno straniero sono insieme è senz'altro l'italiano ad avere la posizione rilevante ed è senz'altro lo straniero a essere subalterno o al servizio dell'italiano. Se non peggio.

Oliviero Toscani, il grandissimo fotografo che ammiro molto come artista delle immagini ma anche - e forse soprattutto - per le sue idee e il suo impegno contro il pregiudizio e a favore dei diritti civili di tutti, l'aveva già capito moltissimi anni fa quando nel settembre 1989, per una campagna pubblicitaria del marchio Benetton a lui storicamente legato, scattò questa fotografia ponendo la domanda: "Chi è il poliziotto e chi il prigioniero?"

Oliviero Toscani - Handcuffs
Non c'è nulla nell'immagine che ci soccorra nel distinguere il buono dal cattivo perchè entrambi indossano il trasversale e democratico jeans e una camicia azzurra che, soprattutto in America, è comune sia alle uniformi dei poliziotti che a quelle dei prigionieri. Eppure il nostro condizionamento sociale insieme alle rappresentazioni stereotipiche dei media e del cinema ci hanno insegnato a pensare che il il tutore dell'ordine è bianco e che il criminale è nero.
Infatti è a questa conclusione che la quasi totalità della gente arriva... e sfido chiunque a negare di averlo pensato, avendo letto la domanda e un attimo dopo aver visto la foto.

Sarà difficile cambiare un condizionamento sociale e degli stereotipi così profondamente radicati, ma per cominciare si potrebbe pretendere dagl'impiegati e dai funzionari degli uffici pubblici un comportamento consono a chi in quel momento rappresenta lo Stato al servizio dei cittadini: a nessun dipendente pubblico dovrebbe essere permesso (né dovrebbe permettersi) di rivolgersi a un cittadino dandogli del "tu" e ciò indipendentemente dal fatto che tale cittadino sia italiano o straniero, disabile o no.
Questa minima forma di rispetto e di educazione dovrebbe poi essere attuata anche agli esercenti, ma in quanto privati è più difficile imporre loro delle regole di comportamento, a meno che non si tratti di dipendenti dai quali il datore di lavoro può (e dovrebbe) pretendere un atteggiamento rispettoso verso i clienti.

Nel frattempo, suggerisco a chi se la sente di fare un piccolo esperimento: la prossima volta che sentirà un dipendente pubblico (non importa di che livello e in quale ufficio) dare del "tu" a uno straniero o a un disabile, quando sarà il suo turno provi a rivolgersi a lui con il "tu", soprattutto se il funzionario ha qualche anno di più.
L'espressione massimamente contrariata che questi "signori" assumono quando un cittadino gli da del "tu" la dice lunga sulla loro protervia.
Gli si spieghi poi perchè ci si è presi questa libertà, gli si ricordi che l'educazione e il rispetto sono la base dei rapporti fra le persone e che, in quanto rappresentanti dello Stato, hanno il dovere rivolgersi ai cittadini con l'una e con l'altro.

Come dicevo è difficile cambiare le cose, ma finchè qualcuno non comincia...